Una principessa crudele vendica un antico torto inflitto a una sua antenata giustiziando tutti i suoi pretendenti che, ammaliati dalla sua leggendaria bellezza, si presentano al suo cospetto per chiederla in sposa. La Turandot pucciniana è il risultato del viaggio di un antico racconto persiano arrivato in Europa XVII secolo, denso di simbolismi e significati, che ha affascinato gli intellettuali occidentali in piena febbre orientalistica. Tradotto prima in francese da Francois Pétis de la Croix, in tedesco da Federico Schiller e poi in italiano da Andrea Maffei, il racconto fu adattato più volte alla forma operistica: il teatro Petruzzelli propone in cartellone la sua versione più celebre, quella di Giacomo Puccini del 1926.

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L’allestimento

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La prima della Turandot andrà in scena il 9 novembre alle 20.30. L’opera sarà replicata, poi, dal 10 al 17 novembre con una pausa prevista per il 14. La regia dell’allestimento proposto è di Roberto De Simone, storica firma del teatro napoletano, mentre la direzione dell’orchestra è affidata a Giampaolo Bisanti. A vestire i panni della principessa Turandot saranno Tiziana Caruso, nelle repliche del 9, 11, 13 e 16 novembre, e Maria Billeri (10, 12, 15 e 17 novembre). Il protagonista maschile, Calaf sarà interpretato da Carlo Ventre (9, 11, 13 e 16 novembre) e Amadi Lagha (10, 12, 15 e 17 novembre), mentre la schiava Liù sarà divisa tra Daria Masiero (9, 11, 13 e 16 novembre) e Valentina Farcas (10, 12, 15 e 17 novembre). Le scene sono di Nicola Rubertelli, i costumi di Odette Nicoletti, il disegno luci di Vincenzo Raponi, le coreografie di Domenico Iannone. I biglietti sono ancora in vendita al botteghino del teatro Petruzzelli.

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La trama

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Siamo a Pechino, durante il vago “tempo delle favole”. La figlia dell’Imperatore celeste, Turandot, rifiuta il matrimonio e rende la sua mano inaccessibile con tre difficili prove a cui i suoi pretendenti sono obbligati a sottoporsi. L’azione incomincia con l’esecuzione in pubblica piazza del principe di Persia, che aveva tentato – fallendo – di conquistare il cuore della spietata principessa cinese. In questa occasione il principe tartaro in esilio, Calaf, rimane folgorato dal volto della bella Turandot e, nonostante gli avvertimenti dei ministri Ping Pong e Pang, decide di tentare anche lui la sorte e di sfidare Turandot nella difficile prova da lei escogitata. Per il sommo disappunto della principessa, Calaf supera le tre prove, obbligandola a sciogliere il suo voto, preso in memoria di una sua antenata, stuprata e uccisa da un barbaro straniero. Davanti alla disperazione della fanciulla, però, Calaf le propone un nuovo patto: scoprire il suo nome, sino a quel momento rimasto segreto.

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L’epilogo, all’insegna dell’amore e dello scioglimento dell’ira della protagonista, consegna i personaggi all’esemplare lieto fine. Spiega De Simone, a proposito dell’interpretazione che ha condizionato la sua regia: “Turandot è posseduta dallo spirito vendicativo della sua ava che ne ha bloccato magicamente la pubertà e la facoltà di amare il sesso contrario. […] Il bacio esorcistico estorto quasi con virile violenza parrebbe atto ad allontanare il demone insediatosi nel corpo dell’imperiale fanciulla, ma, antropologicamente è il suicidio di Liù che sembra compiere la liberazione, come gesto compiuto in nome di un amore irrinunciabile, atto a placare la Erinni vendicativa trasformandola in Eumenide. In effetti, tutto riconduce Turandot a figure mitiche come Medea, come Giocasta, come Cassandra, come Clitennestra. Il disgelo di Turandot rappresenta una catarsi che la conduce alla conclusiva ierogamia ristabilendo gli equilibri e le leggi degli déi e degli uomini, nei loro conflitti oppositivi del maschile e del femminile”.

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