Mondo Club è il primo album solista per il cantautore e poeta bolognese Andrea Lorenzoni. Si tratta di un disco pop e rock che narra le canzoni “di una vita”, talvolta in modo ballabile. L’album richiama anche l’oriente con arrangiamenti e strumenti come sitar, tabla e armonium. Lorenzoni, che è autore e compositore di tutti i brani del disco, ha militato in diverse formazioni della cittadina emiliana, tra tutte i Divanofobia. Nel 2012 è stata pubblicata una sua raccolta di poesie, Parlo dentro.

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Coerentemente col suo titolo, Mondo Club è anche musicalmente un disco aperto al mondo
La scelta di fare un album aperto ai popoli e al mondo – pur collocato nell’alveo della tradizione della canzone italiana – deriva da quella che credo sia un’urgenza del nostro tempo, cioè la necessità di allargare lo sguardo sulle cose, relativizzandole e confrontandole. Se si guarda il mondo dall’alto – come dico nella canzone Libertà – vediamo il nostro pianeta come una piccola entità in uno spazio grandioso, diverso da quello che conosciamo direttamente. Similmente se ci sforziamo di vedere la vita quotidiana come la vede il nostro vicino di casa scopriamo come le nostre abitudini per lui possano essere totalmente assurde. Guardare il mondo da punti di vista nuovi è un buon allenamento per vivere meglio con noi stessi e insieme agli altri. Dunque anche inserire o ascoltare strumenti musicali pakistani come tabla, sitar e armonium nelle musiche di un disco significa decentrare il nostro sguardo (o le nostre orecchie), accostarsi a un modo diverso rispetto al nostro di fare musica, di viverla e di sentirla. La curiosità è una spinta meravigliosa che spinge verso la conoscenza di maniere diverse di leggere la vita e quindi verso un adattamento all’ambiente – nella nostra vita di tutti i giorni – sempre migliore e bello, che non conosce paure paralizzanti o reazioni aggressive croniche. Generalmente il viaggio fa bene e questo album vuole essere un tour simbolico fra storie diverse, modi differenti di vedere il mondo e di raccontarlo. Storie di persone. Dentro ci troviamo la lingua italiana con la sua tradizione, un po’ di spagnolo, strumenti musicali orientali. Le scelte artistiche per questo lavoro hanno tenuto in considerazione la socialità contemporanea. È evidente che l’esigenza e il modo di produrre proprio io questo tipo di arte derivi anche dalla mia specifica biografia. Ho vissuto un anno in Spagna, mio padre è pakistano, mia madre è di Bologna, lavoro nella scuola elementare come insegnante di sostegno. Vedo e vivo da vicino come sta cambiando il tessuto sociale e quali sono le sue problematiche. I fenomeni dell’immigrazione, di Internet, dell’informazione di massa, della povertà, della sessualità, dell’analfabetismo emotivo, dell’educazione, della psicologia, declinati nella quotidianità, mettono in evidenza la necessità di alcuni cambiamenti nel nostro modo di intendere globalmente le cose del mondo.

È così diverso scrivere una canzone dallo scrivere una poesia, per Andrea Lorenzoni?
Scrivere una canzone è diverso dallo scrivere una poesia. Per tantissimi motivi. La ragione fondamentale è che sono arti che utilizzano strumenti di comunicazione diversi: la canzone usa parole e al contempo musica, che vengono fruite unicamente con l’udito, mentre la poesia usa soltanto parole, fruite sia con l’udito che con la vista, attraverso la lettura. Da queste caratteristiche peculiari di base conseguono tutte le differenze di scrittura. Detto ciò, in progetti precedenti, ho musicato tante poesie ed è un’attività che trovo bellissima ma che rientra più in un percorso artistico sperimentale che in un progetto del tutto praticabile nella musica pop. Di per se stesse – nelle loro differenze – poesia e musica sono sempre state arti in contatto. Per quel che mi riguarda l’attenzione alla parola resta comunque centrale in entrambe le attività.

Andrea Lorenzoni è introverso?
Nessuno dei brani del disco è veramente autobiografico e allo stesso tempo tutte le canzoni dell’album in un certo senso lo sono, a pezzi. Ad esempio non sono una persona introversa ma ho provato ad immaginare di esserlo e di voler cantare una canzone a una ragazza: è così che nasce il brano L’introverso canta. Per fare questo ho dovuto attingere alle mie esperienze e riscoprire quell’introversione che, in misura diversa, ognuno di noi vive o ha vissuto, magari in adolescenza. C’è chi scambia il mio non sentirmi a mio agio in alcune situazioni come timidezza ma si tratta più che altro di miei momenti di studio della situazione o di misantropia. Un altro esempio è Compagna con figli, il primo brano del disco, in cui parlo in prima persona ed esprimo il mio amore per una donna che ha dei figli avuti da una relazione finita: mi è sembrato un argomento molto attuale ma non ho mai vissuto una storia del genere. Fondamentalmente nell’album racconto delle storie. Molte volte in prima persona e spesso queste coinvolgono delle figure femminili (Flavia, Lucia, Elisa, Samanta, Sofia).

L’impegno di Andrea Lorenzoni è quello di mantenere una coerenza artistica ed etica tra la professione di insegnante e la sua produzione artistica. Quali le differenze e i punti di contatto tra le due attività?
Fare il cantautore ed insegnare sono attività diverse. Le sento entrambe vicine alla mia sensibilità e ai miei pensieri, per cui inevitabilmente si compenetrano. La creatività, l’affettività, il lavoro di squadra e l’attenzione alla vita degli altri sono certamente aspetti comuni ai due lavori. Il fatto che le cose che facciamo influenzino altre persone è sufficiente a farci capire che bisogna essere molto attenti a ciò che facciamo a scuola con i bambini e – in maniera diversa – anche a ciò che diciamo in una canzone. C’è sempre una nostra responsabilità in ciò che diciamo e facciamo, tanto più se siamo insegnanti o artisti.

Che futuro immagina Andrea Lorenzoni?
Immagino per me un futuro di cambiamenti, di nuovi desideri e obiettivi, di sorprese. Anche per il mondo immagino un futuro simile. Bisogna recuperare confronto vero fra le persone evitando il potere fine a se stesso e l’aggressività, educare razionalmente alla conoscenza di sé, delle proprie contraddizioni e dei fenomeni umani. Ognuno deve avere più fiducia nelle proprie capacità e di conseguenza più consapevolezza dei propri limiti, conoscere la bellezza dell’ascoltare e dell’imparare modi nuovi di vedere la vita. Seguire l’entusiasmo delle cose che ci fanno star bene penso sia una buona strada da percorrere. La libertà sta nel coraggio di cambiare se stessi e di superare le proprie paure, non nella possibilità di trovare un capro espiatorio. Fra un paio di secoli potrebbero non esserci più guerre: credo che tutto dipenda da una paziente educazione al convogliare le naturali pulsioni aggressive e i desideri di potere verso forme simboliche e compensative (sport, politica, arte, competenza, conoscenza etc.). Non è utopia. Utopia è pensare di risolvere qualcosa attraverso l’uccisione di altre persone o la distruzione di luoghi.

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