Enrico Acciani, 22 anni, torna a Cannes con il suo “Horror Vacui”

Il cortometraggio è inedito, ma sarà presto presentato a Bari dal regista in un evento aperto al pubblico

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A soli 22 anni può vantare già due candidature allo Short Film Corner di Cannes, uno degli eventi collaterali del famoso festival francese. Quella di Enrico Acciani, studente di Storia all’Università di Bari, non è però la semplice storia di un giovane talento. C’è una naturalezza nel suo modo di fare cinema che, unita a un bagaglio di letture e di passioni fuori dalla norma, sembra trascendere del tutto la giovane età, mostrando un’anima antica, appassionata di storia, sociologia e di filosofia.
Georg Simmel e Blaise Pascal sono solo alcuni dei suoi riferimenti, trasformati in narrazione filmica nei due cortometraggi che l’hanno portato (e lo porteranno) a Cannes: Blasé del 2015 e De Horrore Vacui del 2017. Tra un corto e l’altro, Acciani ha anche lavorato come operatore per Una meravigliosa stagione fallimentare di Mario Bucci (2015) e si è cimentato – tra le altre cose – in alcune webseries, a cui ha riservato il suo lato più ironico.

Quando ha capito di voler fare il regista?

È una domanda che mi pongo ancora. Ho sicuramente avuto delle conferme positive, ma è giusto prenderle con le pinze, soprattutto nel mondo di oggi, dove niente è sicuro. Il cinema è il mio modo di esprimermi, è il mio mezzo ideale. Tutto parte dalla scrittura e dalla condivisione di un messaggio, poi si arriva alla creazione dell’immagine mista al suono: per me è il nodo fondamentale, l’espressione massima delle arti.

Com’è stato l’impatto con Cannes?

È stato strano. Un giorno sei a Bari, che giri senza una produzione, il giorno dopo ti trovi a Cannes e ti passano accanto John Turturro e Sophie Marceau. Il 2015, poi, fu l’anno della triade italiana: Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Nanni Moretti, quindi incrociai anche loro. È un ambiente molto particolare, dove ti confronti con diverse realtà, sopratutto con chi – come me – era stato selezionato allo Short Film Corner: persone che vengono da tutto il mondo, con cui condividi il linguaggio del cinema.

Parliamo del cortometraggio, un mezzo che spesso non arriva al grande pubblico.

Il problema del cortometraggio è che raramente riesce a essere distribuito. È difficile trovare una produzione, ma nei contesti come lo Short Film Corner ti rendi conto di quanto la gente ci tenga ancora perché, fondamentalmente, è una rampa di lancio. Non solo: là ho avuto la possibilità anche di guardare corti che avevano evidentemente un budget altissimo. Quello che è emerso è che c’è ancora vita in questo media e che regala grandissime sorprese. C’è ancora chi ci crede.

Negli ultimi due anni, quanto si sente cresciuto?

Quella è stata un’esperienza che mi ha fatto capire, allora, quanta poca ne avessi. Sono fortunato ad avere avuto questa seconda occasione, non pensavo che ci sarei tornato: guardandomi attorno e confrontandomi con chi fa questo mestiere, ho avuto l’impressione che fosse una cosa talmente eccezionale, da capitare una volta nella vita. Mi sto preparando per sfruttare al massimo questa occasione, anche per parlare dei miei progetti futuri ed esplorare il mercato.

Un frame del cortometraggio "Horror vacui"
Un frame del cortometraggio “Horror vacui”

Parliamo del suo ultimo corto, De Horrore Vacui.

L’idea mi è frullata per la testa per quattro mesi, prima di essere messa nero su bianco lo scorso gennaio. Come dice il titolo, il corto parla del concetto di “horror vacui”, attraverso la storia di un ragazzo, interpretato da me, che perde entrambi i genitori. Parto un po’ da quello che è il divertissement di Pascal, il gioco che l’uomo crea per non riflettere davvero sull’esistenza; è un po’ una critica al sistema capitalista, attraverso la ricerca di un possibile senso della vita. Il vuoto di cui dobbiamo avere paura è un vuoto di domande, di valori: le risposte che non abbiamo saputo darci hanno portato alla strutturazione del sistema in cui siamo, in cui persistiamo per inerzia. Sicuramente non sarà un tema facilmente accessibile ma – per il rispetto che riservo al cinema – credo sia opportuno impegnarsi a fare film che possano stimolare la riflessione. Credo che sia fondamentale trasmettere qualcosa, proprio perché spesso i messaggi sono estremamente semplificati o nascosti da trame banali e grandi effetti speciali. Dovremmo studiare davvero la filosofia, altrimenti il cervello marcisce.

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