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“Ho scelto di lavorare massimo venti ore alla settimana: è una decisione politica”. Nicola Carella, 32 anni, vive dal 19 ottobre 2012 a Berlino. Ci si è trasferito con la sua compagna, Giulia, con cui ha investito i suoi risparmi per costruire da zero una carriera e una famiglia. “Ho molti amici di trent’anni che corrono, inseguendo una meta irrealizzabile, modelli di successo da social network e non coltivano le piccole gioie, il tempo libero, leggere un libro. – spiega Nicola – Ecco perché amo Berlino, perché cammino con gli amici nei parchi e lavoro quanto basta per stare bene con mia figlia, la mia compagna, con me stesso”. Dopo i primi passi nel mondo della ristorazione (vendeva panzerotti nella capitale tedesca), Nicola ha rilevato un ristorante, per poi cambiare del tutto occupazione: ora lavora come “sales manager” in un’azienda tedesca, facendo fruttare la sua laurea in Ingegneria.

Quando e perché ha maturato la decisione di lasciare Bari e l’Italia?

Ho conosciuto Giulia, la madre di mia figlia, e condividevamo il desiderio di vivere in una realtà meno asfittica di quella italiana (lei è di Roma). Per caso il nostro primo viaggio fu a Berlino: ce ne innamorammo e in tre mesi mollammo lavoro, comprammo un’auto e, senza alcuna garanzia, appoggi, conoscenze, partimmo alla volta di una nuova vita.

Com’è la sua vita in Germania? Che differenze ci sono, secondo lei, rispetto a Bari?

Berlino è una metropoli europea, piena di stimoli e possibilità, una città multietnica, dove però rischi di rimanere schiacciato dalla dimensione da “Luna Park”, se non sei ancorato a un forte desiderio, se non sai cosa sei venuto a fare. La velocità della città che non dorme mai rischia di travolgerti e rischi di essere un eterno turista. Torno spesso a Bari, di cui mi mancano affetti, cibo, sole e mare. È una catarsi ogni volta, la mia vita precedente è diventata paradossalmente la vacanza ideale dalla mia nuova vita, che era nata come una vacanza.

Che accoglienza c’è per un italiano che arriva in Germania per trovare lavoro? E per chi vuole aprire una propria attività?

La lingua e la burocrazia sono gli ostacoli più difficili. Bisogna evitare di entrare, per arrangiarsi, nella gastronomia italiana che è un ghetto di sfruttamento e rischia di dare una prima impressione sbagliata. Qui però il lavoro si trova facilmente e, lingua permettendo,  si viene seguiti nell’apertura di un attività con una gentilezza quasi imbarazzante. Tutto funziona con una precisione a cui non siamo abituati e questo produce anche uno shock di ambientamento. In generale l’impressione è che tutto sia più facile ed economico.

Che consigli darebbe a chi vuole fare un’esperienza simile alla sua?

I primi mesi sono difficilissimi: il rischio di venire sfruttati, truffati e di non trovare casa è molto alto. Bisogna stare attenti ma allo stesso tempo non scoraggiarsi mai e parlare con altri italiani e italiane immigrati. Spesso si sviluppa un naturale senso di solidarietà a cui non siamo abituati e guardiamo con sospetto chi ci vuole solo aiutare. Posso invece consigliare di stare attenti ma anche di seguire con serenità le proprie sensazioni: è il modo più sereno di vivere un trasferimento e un nuovo inizio.


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