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Circa 2.600 euro per una bottiglia di vino e i 14mila euro al mese per l’autista personale sono somme che impallidiscono rispetto ai 7 milioni previsti da diversi contratti co.co.co che Luigi Fiorillo, ex amministratore unico di Ferrovie Sud Est, si sarebbe attribuito per attività professionali mai svolte. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Bari che, stamattina, ha portato all’arresto di 11 persone e al sequestro di circa 90 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta della Procura barese sulla presunta malagestione di Fse.  La guardia di finanza, stamane, ha eseguito i sequestri preventivi fino al valore di circa 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati nell’inchiesta della Procura di Bari sul crac da 230 milioni di euro delle Ferrovie Sud Est. Tra gli arrestati c’è proprio Fiorillo, i fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015. L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata anche ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società, a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli. L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura presentati dall’avvocato di Fse, Michele Laforgia. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, “una lunga serie di atti e decisioni – spiega il gip – che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario”. La misura cautelare è a firma del gip Alessandra Susca, emessa su richiesta dei pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli, Luciana Silvestris e dal procuratore aggiunto Roberto Rossi.

Le carte dell’inchiesta

Per il gip Susca, “a riprova della caratura criminale di Fiorillo Luigi, basti rammentare come egli abbia posto in essere, unitamente a Fausto Vittucci, gravi condotte volte a dissimulare nei bilanci lo stato di dissesto, al fine di proseguire indisturbato nella spoliazione dell’impresa pubblica da lui amministrata, ottenendo credito bancario senza destinarlo al risanamento della società”. “Così facendo – scrive ancora il giudice – (Fiorillo, ndr) aggravava enormemente il dissesto già in atto, onerando la società del costo del credito e al tempo stesso proseguendo nelle spese più irrazionali, volte più a procurare un profitto ai terzi che ad acquisire beni e servizi necessari o utili per la società”. “Fiorillo – continua il giudice – ha inoltre sistematicamente ignorato i chiari moniti del collegio sindacale, attinenti, tra l’altro, all’insostenibilità dei costi del credito bancario, come pure del leasing per l’acquisto dei treni. Ciò evidenzia una eccezionale spregiudicatezza da parte di Fiorillo Luigi, che giustifica una prognosi radicalmente negativa circa la sua pericolosità soggettiva, desunta non solo dalla gravità dei fatti ascrittigli in astratto, ma anche dalle concrete modalità di commissione degli stessi”.

Le spese folli

L’ex amministratore unico di Ferrovie Sud Est, Luigi Fiorillo, avrebbe speso – secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare  – circa 2600 euro per una bottiglia di vino acquistata nel giugno 2009 da un’enoteca di Roma e si sarebbe fatto rimborsare per anni 14mila euro al mese per l’autista personale, pur essendo la società dotata di un proprio autista. Negli atti si evidenzia che Fiorillo “frequentava lussuosi ristoranti e sale da the, ponendo le relative spese a carico della società”. Ma questo è nulla rispetto ad altre somme che sarebbero state sperperate a danno di Fse. I debiti per circa 300 milioni di euro accumulati dagli ex amministratori di Fse sarebbero stati causati dalla esternalizzazione a costi sempre crescenti di servizi informatici e contabilità, progettazione e direzione dei lavori, gestione dell’archivio, forniture di carburanti, compensi professionali e altri servizi. In particolare, Fiorillo, oltre al compenso professionale, avrebbe intascato circa 5 milioni di euro quali compensi per attività di supporto, senza averne le competenze, in 39 appalti di lavori pubblici su tutto il territorio regionale, addebitandoli come spese per il personale e più di 7 milioni sottoscrivendo co.co.co. a suo nome per attività – secondo l’accusa – mai svolte. È quanto emerge dagli atti dell’indagine. Fiorillo e gli allora dirigenti della società avrebbero anche affidato incarichi a prezzi fuori mercato, stipulando contratti senza gara e falsificando i bilanci. “L’esosità dei compensi – è scritto nelle imputazioni – determinava una spesa illogica, artefatta e assolutamente fuori mercato”. Il giro d’affari stimato dai consulenti della Procura di Bari (l’ammontare dei fondi pubblici confluiti nelle casse di Fse) si aggira intorno ai 2 miliardi di euro fino al commissariamento del dicembre 2015, più del 10 per cento dei quali dissipati e ritenuti dagli inquirenti causa del crac.

Altri 19 milioni euro (poi non ammessi e quindi non rimborsati dalla Regione Puglia) sarebbero stati spesi per studi geologici e coordinamento della sicurezza in cantieri sulla tratta Bari-Taranto e nell’Area Salentina. Tra i fondi dissipati ci sono – secondo i pm – circa 27 milioni di euro dati all’avvocato Schiano per attività di assistenza e consulenza legale. Altri 53 milioni di euro sarebbe stati indebitamente erogati per la gestione di servizi informatici. Ci sono ancora i 2 milioni di euro usati per la gestione dell’archivio storico, affidata al professor Cezza e ai suoi familiari. Altre contestazioni riguardano l’acquisto e la manutenzione di treni dalla società dell’imprenditore Beltramelli della società Filben Srl (già imputato con Fiorillo per truffa in un altro processo sulla manutenzione dei convogli) con dissipazione di fondi per circa 9 milioni di euro, spese di carburante per 14 milioni di euro (40 per cento oltre il prezzo di mercato), altri 16 milioni per la gestione di polizze assicurative e predisposizione dei bandi di gara e 1,3 milioni di euro per l’affitto e i servizi di pulizia di un appartamento nel centro di Roma.

Il pm: “Azienda amministrata come l’orticello di casa propria”

“Per lunghi anni il ministro dei Trasporti è stato socio unico di Ferrovie Sud Est ma solo di recente il nuovo ministro ha portato all’attenzione le anomalie commissariando la società”. Lo ha detto in conferenza stampa il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, che ha spiegato dettagli dell’inchiesta sul crac Fse. Il prossimo passo dell’indagine, hanno detto a più voci finanzieri e magistrati, sarà quello di “verificare le responsabilità di chi avrebbe dovuto controllate ed evidentemente non lo ha fatto”. Una parte degli accertamenti si concentrerà, inoltre, sulla verifica di eventuali responsabilità erariali degli indagati. Il procuratore aggiunto Roberto Rossi ha parlato di “vero e proprio saccheggio” dei fondi della società, “con sprechi di risorse per attività pagate ma non fatte, per servizi a prezzi fuori mercato o inutili”. Le indagini del resto hanno accertato che dei circa 230 milioni di euro di fondi distratti, ci sarebbero oltre 50 milioni di crediti indebitamente vantati, in alcuni casi anche da coloro che rispondono delle condotte fraudolente. Per questo domani la Procura chiederà un rinvio dell’assemblea dei creditori chiamati a votare la proposta di concordato “per valutare i crediti reali con l’obiettivo – ha spiegato Rossi – di evitare il fallimento e salvare i posti di lavoro. Vorremmo che i soldi spesi fino a qualche anno fa per cose inutili e illecite, fossero impiegati per rendere i treni più sicuri, efficienti e puntuali”. In quasi due anni di indagini la Guardia di Finanza ha lavorato su ben 49 deleghe affidate dalla Procura sulla vicenda Fse. È emersa la realtà di una “azienda amministrata come l’orticello di casa propria per più di 20 anni”, hanno detto in conferenza stampa.


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