Emiliano Mondonico aveva compiuto da poche settimane 71 anni, il 9 marzo per l’esattezza. E’ morto a Milano dopo aver combattuto per sette anni contro il cancro. Aveva subito più interventi chirurgici ma dopo un periodo di parziale serenità la malattia è tornata. Mondonico è stato uno degli allenatori più popolari del calcio italiano. Tra i migliori in assoluto lungo gli anni Ottanta e Novanta. Persona schietta, leale, legata a un calcio romantico, che lo ha portato sempre a lottare contro i poteri forti e a ottenere grandi risultati con squadre non di primissimo livello. Sue le imprese sulla panchina della Cremonese portata in A e dell’Atalanta nella stagione 1987/88 che, scesa in B, partecipò alla Coppa delle Coppe in virtù della finale (persa) l’anno precedente contro i campioni d’Italia del Napoli (i partenopei disputarono la Coppa dei campioni). Quell’Atalanta entusiasmò un’intera nazione calcistica e sorprese il continente con una serie di imprese sportive ai limiti del miracoloso.

Da squadra di serie B, con discreti giocatori e il calcio semplice e generoso predicato da Mondonico, riuscì a ribaltare qualsiasi pronostico e a raggiungere la semifinale contro i belgi del Mechelen, persa nel doppio confronto in maniera sfortunata, inchiodando la sera della partita di ritorno tutti gli appassionati di calcio davanti alla Tv per ammirare e tifare per quella favola (i belgi vinsero poi la coppa in finale contro l’Ajax). L’Atalanta del Mondo, come è chiamato Mondonico nel calcio, riconquistò comunque la serie A e nei due anni successivi il piazzamento in Coppa Uefa.

Negli anni successivi fece grande il Torino, vincendo una Coppa Italia e raggiungendo la finale di Coppa Uefa proprio contro l’Ajax. Nel doppio confronto non fu mai sconfitto ma al ritorno in Olanda la partita fu condizionata dall’arbitraggio favorevole ai più quotati lancieri di Amsterdam. Un’ingiustizia che lui non sopportò e che lo portò al famoso gesto della sedia presa dalla panchina e agitata in alto inveendo contro il direttore di gara.

Nelle stagioni successive allenò la Fiorentina, squadra per cui tifava, il Napoli, il Cosenza e altre formazioni (con i ritorni anche sulle panchine di Torino e Atalanta). Negli ultimi anni era opinionista alla Domenica sportiva, storico programma della Rai. Animo ribelle, da calciatore si fece squalificare per poter andare a vedere un concerto dei Rolling Stone. Era testimone di un calcio concreto, autentico, meno legato all’immagine, al marketing, lontano dal concetto di industria, da seguire in panchina sempre con la tuta.

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