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Sembrano lontani i giorni in cui i braccianti di Nardò vivevano completamente “imprigionati” tra le maglie dei caporali per procurarsi una giornata di lavoro o semplicemente per alimentarsi oppure ottenere un giaciglio di fortuna quasi sempre rappresentato da un cartone o da un materasso lercio al costo di 40 Euro, per dormire sotto un albero di ulivo.

Da quell’alba del 30 luglio del 2011, data storica in cui si diede luogo nei campi di Nardò al primo sciopero di braccianti stranieri, passi avanti ne sono stati fatti. L’apertura durante i primi giorni di luglio scorso del campo-container di “Masseria Boncuri” risulta una buona pratica, ma di qui a dire che è un modello da esportare ce ne passa. Saremmo anche d’accordo, se non fosse che la dimensione (sono meno di 80 gli ospiti del campo), pur in presenza di dinamiche comuni, non è paragonabile a quelle riscontrabile nei ghetti del foggiano, di Rosarno, di Palazzo San Gervaso e di tante altre realtà sparse in ogni angolo del Paese, da nord a sud.

Lo sforzo del partenariato sociale realizzato con Regione e Prefettura di Lecce per una foresteria per lavoratori migranti stagionali con un minimo di condizione di vita dignitosa, ha senza dubbio molti lati positivi. Certo è che non si può ignorare, stando ad alcune stime attendibili, l’esistenza di almeno un altro centinaio di braccianti sparsi nelle campagne del nord-est della provincia che trovano rifugio in casolari abbandonati alla mercé di caporali che scorrazzano indisturbati sui loro furgoni modificati per contenere 15-20 lavoratori.

Gli alloggi, insieme con il trasporto e il mercato delle braccia, rappresentano gli elementi su cui prospera lo strapotere del sistema del caporalato, ma sono anche i cardini su cui la Flai-Cgil insiste nel dire che sono materie che vanno ricondotte in modalità coordinate e sinergiche attraverso l’istituzione delle Sezioni territoriali per la Rete del lavoro agricolo di qualità, innanzitutto per togliere l’alibi a imprenditori agricoli senza scrupoli che, nel fare ricorso ai caporali per reperire manodopera a bassissimo costo, favoriscono lo sfruttamento di braccianti e realizzano una concorrenza sleale nei confronti di capitani d’impresa illuminati e capaci di stare sul mercato con grande sacrificio ma ancora in grado di esaltare produzioni di qualità e valorizzare la forza lavoro: se esiste un caporale è perché esiste un imprenditore che a lui si rivolge!

La convenzione per il trasporto nell’area di Nardò stipulata tra Regione e Cotrap, rientra sicuramente in quell’idea finalizzata a garantire un servizio fondamentale per i lavoratori ma rischia di non avere gambe perché progettata fuori da un intervento più organico, ma soprattutto fuori dal ruolo fondamentale che dovrebbe assumere proprio la Sezione territoriale della Rete del lavoro agricolo di qualità, dove tutti i soggetti della filiera e di ruolo istituzionale dovrebbero farne parte attiva. Il rischio è che si tratti di un intervento spot sulla scia emotiva di quanto tragicamente accaduto nel giro di 72 ore in Capitanata con la morte dei 16 braccianti stranieri, evidentemente piegati al caporalato.

La Legge 199 del 2016, conosciuta con il nome di legge anti-caporalato, che in molti vorrebbero profondamente rimaneggiare (perché, magari, funziona fin troppo bene sotto l’aspetto repressivo) continua ad essere “affossata” nella parte propositiva.

Per essere più chiari, se una legge dello Stato affida a soggetti istituzionali il compito di costruire nodi territoriali in grado di attivare un sistema organizzato di strumenti, come il collocamento basato su liste di prenotazione, il trasporto e gli alloggi, perché ciò non avviene in maniera automatica con il concorso e la responsabilità di ogni soggetto come Regione/Comuni, Inps, organizzazioni sindacali e datoriali, Ispettorato, Centri per l’Impiego, ecc.?

Ci aspettiamo che le sedi provinciali dell’Inps pugliesi si attivino per istituire finalmente le Sezioni territoriali previsti per la Rete del lavoro agricolo di qualità, sull’impronta di quanto realizzato con la Cabina di Regia a livello nazionale, con l’opportuna supervisione delle Prefetture; ci aspettiamo che le imprese agricole sane del territorio regionale aderiscano in modo massiccio alla Rete. Sono ancora troppo poche quelle iscritte: a livello nazionale (Fonte INPS), il dato aggiornato al mese di luglio scorso evidenzia che su 150-200.000 potenziali

solo 3.500 aziende risultano iscritte. In Puglia, sono 27.000 le aziende che utilizzano manodopera extrafamiliare prevalente e oltre 15.500 con conduzione con salariati: hanno fatto richiesta di adesione solo 1.242, ammesse: 991 (Bari: 830, ammesse: 671; BAT: 59, ammesse: 43; Foggia: 228, ammesse: 187; Taranto: 107, ammesse: 79; Brindisi: 11, ammesse: 7; Lecce: 7, ammesse: 4).

Il settore primario nel nostro Paese rimane un’attività economica fondamentale per 12 mesi all’anno, lo sanno bene gli imprenditori, i trasformatori e i distributori. Spenti i riflettori su questa assolata e tragica estate bisognerà continuare a ricordarsi che esiste una legge che non può essere modificata. La Legge 199 -dedicata a Paola Clemente, bracciante agricola morta di fatica nei campi nel luglio del 2015-, vuole dare risposte concrete al sacrificio di tanti braccianti morti perché sfruttati, ma anche agli oltre quattrocentoventimila (Fonte: stima IV Rapporto Agromafie e Caporalato Flai Cgil) lavoratori italiani e soprattutto stranieri sotto pericolo di grave sfruttamento lavorativo e caporalato, perlopiù invisibili alle statistiche ufficiali. Ad essi si deve un grazie! Un grazie per un lavoro che tiene alta la qualità e il valore delle produzioni agricole italiane destinate ai mercati della Gdo nazionale ed estera che, a sua volta, governa le dinamiche dei prezzi e lascia le briciole alla produzione, scaricando il peso del rischio d’impresa sull’anello più debole costituito propri dai braccianti che non vedono riconosciuta la propria professionalità sotto il profilo salariale, e men che meno, il rispetto della propria condizione lavorativa


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