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Avrebbero pagato gli stipendi dei calciatori anziché pagare i debiti tributari che, in pochi anni, sono lievitati del 70%, passando da 21 a 55 milioni di euro. È una delle accuse che la Procura di Bari muove a sei ex amministratori e consiglieri dell’Associazione sportiva Bari, ora indagati per bancarotta fraudolenta.

Si tratta dell’ex presidente Figc ed ex onorevole Antonio Matarrese, vicepresidente vicario del cda del Bari per un anno, dal 2010 al 2011; dell’ex parlamentare Salvatore Matarrese, consigliere della società sportiva dal 2002 al 2011; di suo cugino omonimo, Ad dal 2002 al 2010 e poi consigliere fino al 2011; degli ex amministratori unici Claudio Garzelli e Francesco Vinella; e dell’attuale presidente di Confindustria Puglia, Domenico De Bartolomeo, consigliere di amministrazione del Bari calcio dal 2008 al 2011. Stando alle indagini della Gdf, coordinate dal pm Bruna Manganelli, nonostante i debiti tributari la società avrebbe fatto una serie di operazioni che ne avrebbero impoverito il patrimonio fino al fallimento. In particolare, gli indagati avrebbero pagato alla società controllante, la Salvatore Matarrese, titolare del 99,99% del capitale sociale della AS Bari, la somma di 1 milione di euro a titolo di caparra – somma mai restituita – per la compravendita di un immobile a Bari da utilizzare per gli uffici della società sportiva nel caso in cui il Comune non avesse rinnovato la concessione per l’utilizzo di alcuni locali nello Stadio San Nicola.

Al solo Vinella la Procura contesta di aver causato ulteriori debiti con la risoluzione del contratto tra Associazione sportiva Bari e la società Servizi sportivi che si occupava di marketing, merchandising, sfruttamento commerciale del marchio e pubblicità. L’amministratore si sarebbe cioè accollato spese non dovute rinunciando anche a crediti per la cessione dei diritti di marketing. Ad alcuni degli indagati, tra i quali De Bartolomeo e gli ex parlamentari Salvatore e Antonio Matarrese, la Procura contesta il concorso nella bancarotta per condotte omissive, per non aver cioè impedito l’evento-fallimento nonostante fossero a conoscenza della situazione debitoria. «Esprimo stupore e meraviglia – dichiara l’avvocato Domenico Di Terlizzi, difensore degli ex parlamentari – per la costruzione di imputazioni nei confronti di consiglieri privi di delega»


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