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Il Covid-19 starebbe contribuendo ad accentuare le significative disuguaglianze che, già da tempo, solcano il nostro Paese. A renderlo noto sono i dati del Rapporto annuale stilato dall’Istat che evidenziano come la recente diffusione pandemica del Coronavirus stia in parte allargando i divari sociali già presenti, in una “scala” nella quale pare sia più facile cambiare la propria posizione in negativo, piuttosto che migliorarla.

Si parte da una restrizione sempre più serrata del mercato del lavoro, in cui, secondo i dati raccolti lo scorso maggio, il 12% delle imprese pensa di effettuare tagli che, inevitabilmente, si direzionano verso le fasce più deboli come i giovani e le donne. Un’impresa su 8 segnala problemi nel reperimento della liquidità, con evidenti contraccolpi sugli investimenti che rischiano di costituire un ulteriore freno. I dati relativi all’occupazione dimostrano come i lavoratori in cassa integrazione nel mese di aprile del 2020 sono stati quasi 3,5 milioni e come, sempre nello stesso mese, quasi un terzo degli occupati, pari a 7,9 milioni, non abbia lavorato.

Dalla ricerca emerge che la classe sociale di origine del lavoratore influisce meno sulla collocazione sociale che si raggiunge all’età di 30 anni rispetto al passato, ma pesa ancora in misura rilevante. Per l’ultima generazione, che comprende i nati tra il 1972 e il 1986, la probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose invece che salire è scesa. Una mobilità, dunque, che si direziona costantemente verso il basso e che vede per il 26,6% dei figli il rischio di un ‘downgrading’ rispetto alla posizione dei propri genitori.

Gli effetti negativi della recente emergenza sanitaria hanno colpito maggiormente le persone più vulnerabili, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19: secondo l’Istat, che considera il livello di formazione come un buon indicatore di collocazione nello strato sociale, infatti, “l’incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita”.

In questo contesto, si colloca anche un generale svantaggio dei bambini e dei ragazzi del Mezzogiorno che vivono in famiglie con un basso livello di istruzione a gestire o seguire i programmi di didattica a distanza. Una situazione di crisi, dunque, che, stando ai dati riportati nel Rapporto, potrebbe anche influire negativamente sulla già rapida caduta dei dati circa la natalità nel nostro Paese: “Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro – spiega l’Istat – Un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021”. E tale prospettiva potrebbe peggiorare se si tiene conto dello shock sull’occupazione: “i nati scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021”.

Un dato, quest’ultimo, che, insieme ai numeri sempre calanti relativi alla fecondità delle donne, sembra stridere con una sempre diffusa ed elevata voglia degli italiani di diventare mamme e papà: il modello ideale di famiglia contempla, infatti, due figli per il 46% delle persone intervistate, mentre il 21,9% ne indica tre o più. Sono “solo” 500mila coloro che, tra i 18 e i 49 anni, affermano che fare figli non rientra nel proprio progetto di vita.


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