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Della pandemia da Covid19, in Puglia come in ogni altro angolo dell’Italia, ci si è abituati a leggere, da ormai 15 mesi, quasi solamente i numeri. Eppure, provando a toccare con mano la realtà di curve, grafici e incidenze, ci si rende conto, da vicino, come ogni numero racconti una storia. Come quella che ricorda il professor Loreto Gesualdo, presidente della scuola di Medicina dell’Università di Bari e che, dall’inizio della pandemia è in prima linea tra le corsie ospedaliere di Bari e, da qualche settimana, all’interno del nuovo ospedale Covid allestito in Fiera.

“C’è una storia che, di tutto questo periodo, porterò sempre con me, più di ogni altra – racconta Gesualdo – è quella di un amico e collega: un paziente trapiantato di cuore e che, pochi anni prima, aveva visto scomparire improvvisamente suo figlio a causa della stessa patologia cardiaca”. Un uomo, quello raccontato dal medico, che rientra in quelle che oggi siamo abituati a sentir definire “categorie fragili” e che, recentemente, ha contratto il Covid19 nonostante avesse ricevuto la prima dose di vaccino. “Ciò può accadere – precisa il professor Gesualdo – perché i pazienti trapiantati o dializzati o affetti da altre gravi patologie fanno uso di terapie immunosoppressive e queste ultime possono inibire, anche solo in parte, il processo per cui il vaccino sviluppa la sua risposta immunologica”.

Il presidente della scuola di Medicina ricorda i momenti più duri in cui, raggiunta la Terapia intensiva all’interno dell’ospedale in Fiera, il paziente è stato sottoposto a ventilazione tramite l’ausilio della maschera Cpap e per alcuni giorni, dopo l’odissea della malattia e del trapianto, ha sentito la sua vita nuovamente a rischio a causa dell’infezione da Coronavirus. “Mi commuove ricordare la sua gratitudine mentre gli prestavamo le cure – ricorda Gesualdo – quando è stato dichiarato fuori pericolo, mi ha ricordato che, proprio in quel giorno, sarebbe stato il compleanno del figlio che aveva perso da poco”.

Una storia a lieto fine, quella testimoniata dal professore, in cui il paziente è potuto tornare a casa e ha riguadagnato la fiducia di potercela fare nuovamente. Una storia che, tuttavia, riporta all’attenzione la necessità di una celere e accurata gestione della campagna vaccinale per la tutela della salute di tutta la popolazione pugliese ma anche della vita delle persone appartenenti alle categorie fragili, che ogni giorno lottano con patologie che le rendono quasi totalmente indifese di fronte all’attacco del virus. “Per questi soggetti il vaccino è uno scudo, ma non sempre può bastare, a causa della difficoltà che riscontrano nel montare risposta immunologica – precisa il professor Gesualdo – è per questo che, sull’altro fronte, occorre riporre il massimo delle energie nella vaccinazione di massa, per raggiungere al più presto l’immunità di gregge: proteggere tutti dal contagio significa, per loro, aver salva la vita”.

Fortunatamente, con l’accelerata della campagna vaccinale degli ultimi giorni e a seguito del perdurare da oltre cinque settimane delle restrizioni da zona rossa, iniziano a farsi riconoscere i primi segnali dell’allentamento della pressione sul sistema sanitario pugliese: “Prima di Pasqua il pronto soccorso di Bari registrava 70 presenze giornaliere per Covid19 e, in fiera, abbiamo superato i 130 pazienti ricoverati – è il ricordo del medico barese – Oggi i posti occupati sono 118 e abbiamo finalmente anche qualche letto libero. Al pronto soccorso del Policlinico siamo scesi sotto le 30 unità giornaliere registrate”. È questo il segnale di un timido rallentamento della curva secondo Gesualdo ma, al contempo, un dato che non può rappresentare in alcun modo un pretesto per l’abbassamento della guardia. “È ancora il tempo della responsabilità collettiva – spiega – anche per noi operatori sanitari che, dopo 14 mesi in prima linea, avvertiamo la stanchezza. È ancora il tempo del servizio, come anche del rispetto delle regole, da parte di tutti”, conclude.


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