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Bitonto, roghi e affari per eliminare la concorrenza: sette imputati

Nel procedimento compare anche un carabiniere sospeso

Pubblicato da: redazione | Gio, 12 Febbraio 2026 - 14:41
incendio palo bitonto modugno

Un presunto sistema fatto di minacce, roghi e affari da spartire è al centro del processo che si sta celebrando davanti al Tribunale del capoluogo pugliese, nato da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia. Sotto la lente degli inquirenti sarebbero finite una serie di vicende avvenute tra il 2015 e il 2017 tra Bitonto e Molfetta, con l’ipotesi di un intreccio di intimidazioni e illeciti per controllare alcune attività commerciali.

Sono sette le persone imputate, con accuse che vanno dall’incendio doloso – in un caso aggravato dal metodo mafioso – alla ricettazione, dal riciclaggio alla frode assicurativa, fino al favoreggiamento e al falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. Al centro del procedimento c’è Antonio Rizzi, 59 anni, custode giudiziario, attivo nel settore del soccorso stradale con carro attrezzi e titolare di un bar nel centro di Bitonto.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe stato lui il promotore di una strategia mirata a eliminare la concorrenza e a rafforzare la propria posizione sul territorio. Una tesi che passa attraverso una serie di episodi incendiari ritenuti funzionali a intimidire altri operatori economici. Nell’ultima udienza sono stati ascoltati i testimoni dell’accusa, chiamati a ripercorrere i fatti e a chiarire ruoli e responsabilità.

Il primo episodio contestato risale al 2 dicembre 2015, quando un’officina di Bitonto fu danneggiata da un incendio. Per la Procura l’esecutore materiale sarebbe stato Tommaso Rizzi, 38 anni, nipote dell’imputato principale. L’azione, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe stata preceduta da minacce rivolte ai titolari dell’attività, con l’obiettivo di monopolizzare il settore del recupero mezzi e scoraggiare ogni forma di concorrenza.

Altri due roghi riguardano il bar “La Boteguita”, colpito il 16 aprile e poi il 20 luglio 2017. In questo caso, l’ipotesi investigativa è che gli incendi servissero a spostare la clientela verso un altro locale cittadino, riconducibile allo stesso Rizzi. Nel secondo episodio l’autore avrebbe forzato l’ingresso sfondando con un’auto, cosparso di carburante i locali e appiccato le fiamme. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza avrebbero immortalato le fasi dell’azione.

Nel procedimento compare anche il nome del brigadiere Vincenzo Ciaccia, in servizio a Molfetta ma attualmente sospeso. È accusato di ricettazione: avrebbe utilizzato parti provenienti da un’auto rubata per assemblare un veicolo poi venduto a un acquirente ignaro, mezzo che è stato successivamente sequestrato. Il militare risulta inoltre coinvolto in un altro procedimento per tentata estorsione.

Tra gli imputati figura infine un altro carabiniere, chiamato a rispondere di falso ideologico per presunte irregolarità nella redazione di un verbale relativo al ritrovamento di un’auto smontata.

Il processo proseguirà nelle prossime settimane con l’esame degli altri testimoni e delle prove raccolte dagli investigatori antimafia, in un procedimento che punta a fare luce su presunti rapporti opachi tra affari, intimidazioni e pubblici ufficiali.

Foto di repertorio

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