“Nella vita faccio tante cose, spesso sto in giro per il mondo… e accumulo storie da raccontare”. È forse questa la chiave più autentica per comprendere Cesare De Virgilio, figura difficile da definire con una sola etichetta. Medico, divulgatore, organizzatore culturale, attivista: ma soprattutto un narratore contemporaneo, uno di quelli che attraversa ambiti diversi senza mai rinunciare alla complessità.
L’incontro con lui, nello spazio espositivo del Teatro Polifunzionale AncheCinema, parte proprio da qui: dal racconto come bisogno primario. “Forse è questo il motivo per cui amo il cinema”, spiega. “Perché il cinema è l’evoluzione di quando il primo uomo si sedeva in una caverna attorno a un fuoco e diceva: sedetevi, ora vi racconto una storia”. Una visione che ribalta il concetto stesso di sala cinematografica: non solo luogo di proiezione, ma spazio ancestrale di condivisione.
Cesare non nasconde la natura frammentata – o meglio, molteplice – del suo percorso. “A volte questi tre sentieri sembrano non incontrarsi mai”, racconta, riferendosi alla sua vita divisa tra clinica, management sanitario e divulgazione. “Molti mi chiedono se non sia il caso di dedicarsi solo a una cosa. Ma io credo che avere stimoli diversi mi aiuti a essere quello che sono: disordinato e multipotenziale”. Una definizione che non suona come un limite, ma come una scelta precisa: abitare i confini, non evitarli.
È proprio questa attitudine che lo rende una presenza naturale in un luogo come il Teatro AncheCinema, dove in questi giorni è ospitata la mostra fotografica di Giacomo Pepe dedicata al quartiere Libertà. Un progetto iniziato nel 2023 e ancora in corso, costruito attraverso ritratti, paesaggi urbani e dettagli che restituiscono la complessità di uno dei quartieri più popolosi e multietnici della città.
Per De Virgilio, questo tipo di narrazione non è distante dal suo percorso, anzi. “È difficile essere sani se il pianeta è malato”, afferma. Una frase che sintetizza il suo approccio alla divulgazione: la salute non è solo una questione individuale, ma collettiva, ambientale, culturale. Ed è proprio in luoghi come il Teatro AncheCinema che questa visione trova terreno fertile.
Il suo rapporto con lo spazio barese non nasce oggi. “Le prime volte sono venuto qui per esperimenti tra cinema e musica”, ricorda. “Ma poi ho iniziato a frequentarlo portando contenuti. Con i gruppi studenteschi volevamo vedere insieme eventi, maratone, perfino il referendum. E lo facevamo qui, sul grande schermo”. Un passaggio fondamentale: da spettatore a protagonista, da fruitore a parte attiva di una comunità.
Oggi, quella relazione si è consolidata al punto da cambiare anche le abitudini quotidiane. “Invece di stare 40 minuti a cercare cosa vedere su Netflix, guardo cosa fanno al Teatro AncheCinema. E faccio scegliere a loro”. Non è solo una battuta, ma un modo diverso di intendere la cultura: meno individuale, più condivisa. Meno algoritmo, più relazione.
E forse è proprio questo il punto. In un tempo in cui la cultura rischia di diventare consumo rapido e solitario, esperienze come quella raccontata da De Virgilio riportano al centro un’altra dimensione: quella dell’incontro. “il Teatro AncheCinema è uno centro culturale che ha preso una zona dismessa e ci ha fatto cultura”, dice. “Ma soprattutto è un luogo aperto, dove si fa di tutto. Non può essere solo un cinema dove arrivi e proietti film. Deve essere un riferimento per la città”.
Le sue parole non suonano come una semplice descrizione, ma come una presa di posizione. Perché nel suo percorso – tra medicina, istituzioni, università e divulgazione – De Virgilio ha scelto di non separare mai i piani. La cultura, per lui, è uno strumento di connessione. Un modo per rendere accessibili temi complessi, per attivare comunità, per generare consapevolezza.
“Seguite, raccontate, partecipate”, sembra essere il messaggio implicito del suo lavoro. Un invito che passa dai social, dagli eventi, dai progetti, ma soprattutto dalle relazioni che riesce a costruire. In fondo, la sua presenza al Teatro AncheCinema, tra una mostra che racconta un quartiere e un’intervista che racconta una vita, restituisce un’immagine chiara: quella di una figura capace di tenere insieme mondi diversi senza semplificarli.
E forse è proprio questo il suo ruolo oggi: non solo divulgare, ma sensibilizzare. Non solo organizzare eventi, ma creare contesti. Non solo raccontare storie, ma aiutare gli altri a riconoscersi dentro quelle storie.
“Accumulare storie”, dice. Ma, a ben guardare, anche distribuirle. E farle circolare.