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Fiera del Levante, Decaro: “Insieme nelle battaglie per la Puglia, il futuro della regione viene prima del destino personale di ciascuno di noi”

Il discorso del presidente della Regione

Pubblicato da: redazione | Sab, 19 Settembre 2026 - 10:12
decaro fiera

Le vertenze sul lavoro, la violenza sulle donne, i fondi per “Mare Democratico” e il problema della Sanità: ecco il discorso del governatore Antonio Decaro alla Fiera del Levante

Il discorso:

Torno su questo palco dopo due anni, con un ruolo diverso ma con la stessa emozione di sempre. Pensavo di essermi abituato. E soprattutto, diciamo la verità, in tanti ci eravamo augurati che non ci tornassi. Dopo dieci anni consecutivi… anche basta.

E invece eccomi qua, con qualche capello bianco in più, con qualche chilo in meno. Ma con la stessa voglia di lavorare per la mia gente e la mia terra.

La storia di questi mesi la conoscete tutti. C’è chi in questo percorso ci vede un passo in avanti e chi non risparmia critiche, come è giusto che sia. Ma al di là delle diverse opinioni, vorrei che fosse chiara una cosa: se qualcuno ha mai pensato che sarebbe bastato un presidente per risolvere tutti i problemi, si sbagliava di grosso. Io per primo non l’ho mai pensato.

Quello che in molti hanno visto sul mio volto a Bisceglie, un anno fa, quando ho accettato di candidarmi per assumere questa responsabilità, non era timidezza né indolenza: era la consapevolezza dell’enorme impegno che ci aspettava, degli enormi problemi da affrontare, e degli enormi limiti, a cominciare dai miei, con cui avremmo dovuto fare i conti.

Chi pensa di essere, da solo, la ricetta per tutti i mali, di solito ne è la causa. Non è una frase fatta. Basta dare uno sguardo a quello che sta accadendo al di là dell’Oceano, per rendersene conto.

Ecco perché oggi non parlerò in prima persona e non vi farò un elenco di ciò che ho fatto. Vi chiederò invece uno sforzo collettivo. Guardiamo tutti insieme al futuro della Puglia.

Partendo dalle fragilità di questa terra e del suo popolo. Dobbiamo essere capaci di guardarle in faccia, di metterle davanti a tutto. Dobbiamo avere il coraggio di chiedere aiuto.

Io oggi vi chiedo aiuto. Vi chiedo di stare insieme, uniti, nelle battaglie per il futuro dei pugliesi. Maggioranza e minoranza, Governo e Regione, sindaci e sindache di destra e di sinistra. Cerchiamo di collaborare per il bene della nostra terra. Senza ipocrisie e senza indulgenze, ma lavoriamo insieme perché il futuro della Puglia viene prima del destino personale di ognuno di noi.

Fuori di qui, c’è un mondo pieno di guerre: qui, almeno qui, tra i nostri due mari, proviamo a costruire il nostro futuro in pace.

Dico spesso, piedi per terra e testa per aria.

Ho sempre pensato che per amministrare bene servano visione e concretezza insieme: la capacità di immaginare traguardi che al Sud ci hanno sempre detto impossibili, e la necessità di stare vicino a chi resta indietro senza smettere mai di voltarsi per assicurarci che tutti arrivino al traguardo.

Ecco, oggi è il momento di fermarsi. Fermarsi e guardare verso Taranto. Noi non possiamo lasciare che Taranto resti indietro. Noi non possiamo lasciare che Taranto e i tarantini siano schiacciati dal peso di decenni di errori, di decisioni mancate, di tentennamenti, di calcoli elettorali.

Abbiamo il dovere di chiamare le cose con il loro nome, di squarciare i veli dell’ipocrisia. Perché solo così possiamo abbandonare la tattica e lavorare alle soluzioni.

Quello che per molti era un disastro annunciato rischia oggi di diventare un dramma compiuto. Tra pochi giorni l’ex Ilva dovrebbe spegnere l’area a caldo, e da quel momento quella storia cambierà per sempre, comunque la si guardi.

Non tocca a me giudicare il passato o trovare i colpevoli. Vi chiedo di stare nel presente, e di trovare insieme le risposte che dobbiamo a quella città e a quelle persone, cittadini e lavoratori insieme. È il momento della serietà.

Per sessantuno anni i tarantini hanno subìto un destino senza mai poterlo scegliere.

Il 10 aprile 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugurò il più grande centro siderurgico del Paese, dicendo che lo Stato aveva preso coscienza della realtà del Mezzogiorno e si sarebbe adoperato per cambiarla.

Oggi, sessantuno anni dopo, sappiamo che non è andata proprio così. E come in un agghiacciante gioco dell’oca, ci ritroviamo a chiedere allo Stato di tornare a Taranto con una legge speciale. E che Taranto e i tarantini possano finalmente scegliere il destino che negli ultimi decenni la storia gli ha sempre negato.

Adesso tocca a Taranto. Non c’è più tempo, non ci sono più scuse.

La Regione Puglia farà la sua parte, io farò la mia, nello spirito di collaborazione istituzionale che abbiamo sempre portato avanti pur nella consapevolezza che la competenza delle decisioni sta in capo allo Stato.

È una sfida che sembra impossibile. Non lo è. Taranto chiede che sia rispettato il suo diritto alla salute. Ma deve riconquistare il diritto al lavoro e allo sviluppo. Se per il Governo l’acciaio è davvero un settore strategico allora un’industria nuova deve essere possibile, un acciaio pulito deve essere possibile, un futuro diverso deve essere possibile. Sul ponte girevole c’è scritto “abbraccia il futuro”: non trasformiamo questa bellissima frase, carica di speranza, nell’ennesima promessa mancata.

I Giochi del Mediterraneo, che i tarantini hanno sostenuto come un nuovo inizio, siano davvero la prima pagina di una storia nuova, quella di una città dello sport e della bellezza, dell’orgoglio locale e del respiro internazionale. La storia di una città finalmente protagonista di una rinascita, fisica, urbana e sociale che parte dalla salute e dal lavoro.

Ora mi rivolgo soprattutto ai cittadini di Taranto, a quelli che hanno paura di ammalarsi ancora, a chi ha paura di perdere il lavoro, a chi ha smesso di avere fiducia, a chi pensa che l’unica soluzione sia andarsene. Lo faccio con le parole che un parroco non molto tempo fa mi ha ricordato ad Alessano.

Nel libro di Isaia una voce chiede alla sentinella di guardia sulle mura della città:

«Sentinella, quanto resta della notte?». La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, venite!».

Mi sono tornate in mente queste parole, pensando allo smarrimento che stiamo provando. Ma è proprio ora che non dobbiamo perdere la speranza.

Perché dopo la notte, viene sempre il mattino e noi ci faremo trovare pronti.

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Da sindaco mi sentivo spesso come una figura mitologica, mezzo parroco, mezzo capo tribù. Oggi, da presidente della Regione, mi sento più come un padre con sei figli. Un padre che li ama tutti allo stesso modo, ma proprio per questo ne conosce bene i punti di forza e le fragilità.

E quando uno dei figli arranca, si ferma, è giusto dedicargli attenzione. Taranto oggi è la città che chiede più tempo e più attenzione. E io, insieme a voi, ho il dovere di fermarmi e di non lasciarla indietro.

Un padre è anche Franco. Franco Isceri. A lui e alla sua famiglia, ancora una volta, va il nostro abbraccio più sincero e affettuoso. Anche Franco ci ha chiesto di stare insieme. Di lottare insieme per far sì che la morte di sua figlia Lorena non diventi un numero nei report del 25 novembre. Per far sì che a ricordare Lorena non ci siano solo vuote parole di cordoglio ma decisioni, azioni, fatti. Per contrastare l’idea rozza e retrograda che il dramma del femminicidio si risolva formando “uomini forti” che difendono “donne fragili”. Un’idea figlia della stessa cultura del possesso che invece dovrebbe contrastare.

Non abbiamo bisogno di uomini forti, abbiamo bisogno di donne e uomini liberi.  Nelle scuole e nelle famiglie italiane abbiamo il dovere di formare generazioni di ragazze e ragazzi che imparino a coltivare la propria libertà e a rispettare quella altrui. Che imparino ad amare. Che imparino che l’amore è l’esatto contrario del possesso.

Per questo porteremo avanti il progetto della scuola d’amore, nato dall’idea di un altro pugliese, Donato Metallo. Porteremo nelle scuole pugliesi l’educazione all’affettività e al rispetto, di sé e degli altri, senza distinzione di genere, etnia o religione.

Qualcuno crede che mettendo al bando le parole “sesso” o “amore” dai programmi scolastici, proteggeremo i nostri figli. Io la penso esattamente al contrario. In un mondo iperconnesso, nel quale i ragazzi, già dall’infanzia, sono bersagliati da messaggi di ogni tipo, con ogni tipo di mezzo di comunicazione, la scuola, al fianco delle famiglie, deve prendersi la responsabilità di diventare il mezzo di comunicazione più autorevole. E dare ai ragazzi e alle ragazze i codici per orientarsi nel mondo complesso delle relazioni.

Per insegnare ad affrontare i momenti belli e quelli difficili.

Se non lo fa la scuola, lo farà qualche influencer sui social. E non è detto che vada bene.

Faccio mie le parole di Franco. Non sacrifichiamo, in nome della propaganda elettorale, la vita di un’altra donna. Deve esistere un confine che nessuna campagna elettorale può oltrepassare, e quel limite dobbiamo deciderlo noi, con una posizione chiara, unitaria, contro chi è disposto a giocarsi decenni di diritti per un punto percentuale in più nei sondaggi.

“Se non vi occupate dei diritti conquistati, un giorno vi alzerete e non li avrete più”, diceva Emma Bonino. Proponeva di scriverlo nelle scuole. Emma Bonino, con la sua vita politica, ci ricorda che la democrazia non è solo memoria delle battaglie vinte. È esercizio costante, per riconoscere quelle ancora da combattere.

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Tante battaglie abbiamo combattuto e stiamo combattendo in Puglia. Ma come ho detto, non voglio fare qui un elenco di risultati raggiunti.

Ne cito solo qualcuno. Per primo, Mare Democratico, il lavoro di cui sono più orgoglioso: dieci milioni di euro nei primi tre anni per attrezzare e rendere più belle, più sicure e più fruibili le spiagge pubbliche e gratuite della nostra regione. Nel primo anno abbiamo finanziato 56 progetti in altrettanti comuni costieri.

Mare Democratico non è una guerra all’impresa privata: è la sacrosanta battaglia perché la spiaggia pubblica torni a essere un diritto vero dei cittadini, non un ripiego, non una soluzione di serie B.

I pugliesi sono i soli proprietari del loro mare insieme sua meravigliosa costa. E noi, un passo alla volta, vogliamo restituirglielo.

Secondo. Parto dagli ultimi dati ISTAT: l’export delle aziende pugliesi cresce del 15,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, terzo posto tra le regioni italiane per volume di crescita. E cresce soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto: meccatronica, information technology, aerospazio.

Su questo sono felice di annunciare che il prossimo 3 ottobre dal terminal di Grottaglie partiranno finalmente i voli cargo che serviranno a far arrivare i nostri prodotti in tutto il mondo senza più viaggi della speranza, su gomma, verso gli hub di Milano e Francoforte.

Così l’aeroporto di Grottaglie diventerà il primo e unico scalo per voli cargo di tutto il sud Italia, dalla Sicilia all’Abruzzo. Questo significa una riduzione dei costi per le nostre aziende e tempi di esportazione più brevi.

Ne beneficeranno soprattutto le aziende del settore agroalimentare, insieme allo sviluppo di una nuova filiera industriale che potrà ridare nuovo slancio all’occupazione del territorio.

E a proposito di occupazione, nonostante il periodo difficile che stiamo vivendo e le tante vertenze in cui la Regione Puglia è impegnata quotidianamente i dati ci restituiscono comunque una fotografia incoraggiante, che però va osservata in un quadro di investimenti legati al PNRR e alle politiche di coesione, che stanno esaurendo il loro ciclo.

Sempre l’Istat ci dice che cresce l’occupazione, al 52,5%, meglio dello scorso anno. Citerò soltanto qualche altro numero.

Gli occupati nel secondo trimestre del 2026 sono 1 milione 328 mila, 16mila in più rispetto allo stesso trimestre del 2025 e 36mila in più rispetto al primo trimestre dell’anno in corso. A crescere è soprattutto l’occupazione femminile con 38 mila donne in più che oggi lavorano e possono contare su un stipendio. Questo per noi è un risultato da difendere ma anche un punto di partenza perché sappiamo quanta strada abbiamo ancora davanti, visto che una parte di questo lavoro è ancora intermittente e si concentra in settori a basso valore aggiunto.

Dietro questi numeri, però, c’è la vita delle persone. Non dobbiamo mai dimenticarlo.

Da questa consapevolezza siamo partiti il 7 gennaio, quando, subito dopo la cerimonia di insediamento, ho riunito i dirigenti della sanità pugliese per cominciare a lavorare.

Non userò mezzi termini. Preferisco guardare i problemi in faccia, analizzarli, provare a risolverli.

E i problemi ci sono, e sono enormi. Alzare le tasse dopo soli due mesi di governo non è stato facile. Abbiamo adottato una misura necessaria anche se impopolare. Il disavanzo sanitario ci ha costretti ad aumentare l’IRPEF, ma lo abbiamo fatto in modo scaglionato e progressivo, per evitare che pagassero i più fragili o, peggio, con un commissariamento del Governo, pagassero per legge tutti i pugliesi e per di più con l’aliquota più alta.

A fronte di un sacrificio richiesto ai cittadini, dobbiamo migliorare, concretamente, l’offerta sanitaria. Ci siamo riusciti? Non ancora, anche se il lavoro che stiamo facendo sta dando i primi frutti. Ci siamo dati tre obiettivi: riduzione delle liste d’attesa, riorganizzazione dei pronto soccorso, presa in carico da parte degli ospedali dei pazienti cronici, in particolare oncologici.

Abbiamo dato ai nuovi direttori generali delle ASL obiettivi definiti e misurabili, con la decurtazione dei premi in caso di mancato raggiungimento del risultato. Con la collaborazione di medici, infermieri e di tutto il personale, che ringrazio uno per uno, abbiamo richiamato, nella prima fase, 250 mila persone in attesa di una visita, un esame o un intervento e anticipato 160 mila prestazioni.

Basta questo? No. Continuiamo a monitorare agende, flussi delle prescrizioni, conti, e siamo pronti a partire con la fase due: un piano strutturato, in linea con quello per l’abbattimento delle liste d’attesa varato del Governo. Abbiamo definito percorsi di presa in carico da parte degli ospedali e degli ambulatori a tutela dei pazienti affinché, dopo la prima visita, non si debba più tornare al CUP.

Abbiamo varato regole più rigide contro il cosiddetto “no show”, cioè il malcostume di non presentarsi all’appuntamento senza nemmeno disdire. Pensate che solo nel 2025, per questo motivo, sono andati persi 80.612 posti. 80.612 posti che sarebbero stati disponibili per pazienti che ne avevano davvero bisogno. Stiamo migliorando l’offerta su quelle prestazioni per cui i pugliesi si rivolgono fuori dalla Puglia (mobilità passiva) e allo stesso tempo stiamo lavorando per redigere accordi con le altre regioni che accolgono i nostri pazienti. Nessun blocco a cure salvavita. Per la salute dei pugliesi non baderemo a spese, ma crediamo sia giusto dire basta ai viaggi fuori regione organizzati da qualche clinica privata, con tanto di pullmino e di pranzo a sacco, per l’operazione dell’alluce valgo.

Stiamo potenziando l’offerta territoriale con le Case e gli Ospedali di Comunità, il cuore del nuovo modello sanitario nazionale, e lavorando con i medici di medicina generale, alleati preziosi anche sulle liste d’attesa.

Ma sappiamo che la sfida è più grande, e riguarda un tema su cui discutiamo da tempo: inutile girarci intorno, la sanità, oggi, ha bisogno di risorse straordinarie. E questo il Governo lo sa. È una richiesta di tutte le Regioni. Ma se con la mano sinistra si aumenta il fondo sanitario e con la destra si fanno le pre-intese per l’autonomia differenziata con le regioni del nord, tutto diventa inutile.

L’autonomia differenziata è un macigno sul diritto alla cura. Dei pugliesi, e dei cittadini del sud più in generale. L’abbiamo detto, lo diciamo di nuovo e se necessario lo ripeteremo a voce sempre più alta. Credo di avere dimostrato, in tutta la mia vita politica, lealtà alle istituzioni, anche, e forse soprattutto, quando sono state guidate da forze politiche diverse dalla mia. Ma qui stiamo parlando della salute dei pugliesi.

Non resterò in silenzio e se ci sarà da dare battaglia, non arretrerò di un millimetro. E se il Governo non fermerà questa sciagura, la Regione Puglia, ancora una volta, farà ricorso alla Corte costituzionale.

Abbiamo davanti tante sfide, e il mondo fuori non manda segnali incoraggianti: le guerre, i dazi, l’enorme aumento del costo della vita. E poi il cambiamento climatico, con l’estate, come dice qualcuno, più calda degli ultimi 100.000 anni (sì, avete sentito bene, 100.000 anni). Un caldo che ha trasformato i mesi appena trascorsi in una specie di lockdown per i più fragili. E le alluvioni che già ad aprile hanno messo a dura prova intere comunità.

A questo proposito voglio mandare un ringraziamento sincero alle sindache e ai sindaci dei Monti Dauni e del Gargano, per il coraggio degli ultimi mesi. Davanti a frane, isolamento, siccità, alluvioni e incendi non hanno mai perso la forza di difendere il loro territorio.

Li ho visti percorrere sentieri impervi, fare riunioni improvvisate nei salotti di casa, trasformarsi in agenti di polizia locale o guide turistiche. Li ho visti tremare, ma senza smettere mai di lottare. Li ho visti sedere ai tavoli istituzionali e imbandire tavolate di festa in strada per i turisti e i parenti che tornano.

Insieme a loro e ad altri sindaci e amministratori di Puglia stiamo costruendo una nuova strategia per le Aree interne. 76 milioni di euro e l’occasione di scrivere insieme progetti, opere, proposte di investimento per dare a tutti la possibilità di vivere e conoscere la magia di questi 55 Comuni pugliesi.

Qualcuno la chiama Puglia autentica, qualcun altro Puglia delle aree interne.

A me piace chiamarla semplicemente Puglia. Solo Puglia. Perché non esiste una Puglia più vera di un’altra. E girandola in lungo e in largo, ogni giorno, lo sto imparando.

Ho imparato che si può amare profondamente la propria storia senza essere condannati a rimanerci imprigionati dentro. Perché la storia di Puglia, per molti territori, ha significato anche povertà, emigrazione, sudditanza economica e culturale.

Ho imparato che la musica è un linguaggio universale, e che la forza della taranta non si può chiudere nei confini di una piazza.

Ho imparato che non devi avere paura di uno schermo o dei social se sai chi sei.

Me lo hanno insegnato gli abitanti di Celle San Vito, che in un video si sono raccontati al mondo senza filtri, spiegando dove vivono, come parlano, perché hanno scelto di restare. E chiedendo al cosiddetto “popolo del web” di cercarli su una cartina geografica. Custodire un territorio non significa lasciarlo immutato: significa aprirlo alla relazione con l’altro. Questo siamo noi. Questa è da sempre la Puglia, al centro del suo Mediterraneo.

Il Mediterraneo. Non c’è bisogno di aver studiato il latino per conoscerne l’etimologia. Mediterraneo. Medius e terrae. In mezzo alle terre.

È questa la nostra identità più profonda. E non a caso La Fiera del Levante quest’anno ha scelto una parola che è parte integrante della nostra identità: il dialogo. Noi, gente del Mediterraneo, gente che vive “in mezzo alle terre”, il dialogo ce l’abbiamo nel DNA.

Incontrarsi, riconoscersi negli occhi degli altri, condividere idee, visioni ed esperienze per trasformare ogni differenza in una risorsa preziosa, è la nostra inclinazione naturale.

E chi dice che per difendere la nostra identità dovremmo chiuderci in noi stessi, isolarci, di quell’identità, purtroppo, non ne ha compreso il senso più autentico.

Una frontiera non è mai un limite, ma una porta. Chi vive affacciato sul Mediterraneo lo sa. E per questo preferisce un’identità ricca a un’identità pura.

Da parte mia, io non mi stancherò mai di raccontare a tutti l’identità della nostra Puglia: con le sue fragilità e la sua bellezza, con le tante cose da migliorare e le sue tante eccellenze.

Della Puglia, di tutta la Puglia, io sono innamorato e orgoglioso. E racconterò le cattedrali romaniche, la forza delle imprese che scommettono sull’innovazione tecnologica, i trulli, il talento dei nostri giovani e il mare più bello d’Italia. Racconterò di Paolo Strippoli, il giovane regista di Corato di 33 anni che porta il suo film al festival internazionale di Venezia, e la burrata di Andria, diventata una star della gastronomia mondiale.

Ma il racconto di questa Puglia fatta di eccellenze e di qualità è, in fondo, il racconto più facile. Rischia di diventare uno spot turistico permanente. Uno spot che nasconde l’altra Puglia, quella che da questa narrazione resta fuori: la Puglia fragile. Non dobbiamo mai dimenticare che i primi turisti di questa terra, quelli che qui dormono e mangiano, che sognano e sperano, vanno in bici e vanno al mare, sono i pugliesi. E tra loro, prima di tutti, i pugliesi più fragili.

È a loro che devo parlare. A loro devo dare risposte. Ai pazienti che chiedono una visita. Ai tarantini che chiedono un futuro di salute e lavoro. Ai sindaci delle aree interne che chiedono attenzione.

Se provassi a dare io, da solo, queste risposte, fallirei. Come sempre falliscono gli uomini soli al comando.

E poi io la solitudine la detesto. Per carattere e per mestiere, preferisco di gran lunga quella parola lì: dialogo. Perché senza dialogo non c’è politica, c’è solo propaganda. Qui, in questa sala, e fuori di qui, siamo tutti diversi, abbiamo idee diverse, veniamo da storie diverse. Ma abbiamo il dovere di dialogare. Perché una politica senza dialogo finisce per parlare solo ai propri elettori.

Poi solo ai propri fan. E alla fine non parla più a nessuno.

Da ingegnere, ho imparato a progettare ponti per unire e collegare luoghi, persone e storie. Ed è quello che continuerò a fare per questa terra, per la sua gente, per tutta la Puglia, quella degli spot ma soprattutto quella che gli spot la raccontano mai.

Grazie, e buona Fiera del Levante a tutti.

 

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