Il caporale che carica i braccianti sul furgone all’alba è ancora l’immagine con cui si racconta lo sfruttamento del lavoro, ma nel barese quell’immagine non basta più. Il fenomeno ha messo radici profonde nell’economia del territorio e attraversa settori diversi, dai campi alle spiagge, dai cantieri ai servizi. Le vicende emerse negli ultimi mesi lo hanno riportato all’attenzione pubblica.
In agricoltura il problema si concentra soprattutto nelle aree interne della provincia, tra Gioia del Colle, Putignano e l’hinterland murgiano, durante le campagne di raccolta di olive, ciliegie e uva. A lavorare senza tutele ci sono braccianti stranieri e italiani, in condizioni di totale assenza di sicurezza. Qualche giorno fa, a Putignano, la Procura ha ricostruito che la morte di Giuseppe Petramala, bracciante di 35 anni, inizialmente attribuita a una caduta dalle scale di casa, sarebbe stata causata da un grave infortunio durante la raccolta delle olive. L’imprenditore agricolo è stato messo ai domiciliari con le accuse di omicidio volontario con dolo eventuale e di caporalato, perché secondo gli inquirenti non avrebbe allertato in tempo i soccorsi nel tentativo di nascondere un rapporto di lavoro in nero.
Lo sfruttamento, però, non si ferma ai campi. Ad agosto scorso, la Guardia di Finanza ha reso noto l’esito di un’indagine della Stazione Navale di Bari, coordinata dalla Procura, partita da un controllo d’iniziativa su una società che gestiva il servizio di salvamento in uno stabilimento balneare. Secondo gli investigatori i bagnini e le altre figure assunte con contratti stagionali, per lo più giovani alla prima esperienza di lavoro e in situazioni sociali complesse, dovevano restituire in contanti una parte dei compensi che risultavano regolarmente in busta paga. Quel denaro serviva poi a pagare in nero altri lavoratori durante gli eventi musicali e le ricorrenze organizzate nel lido. A reclutare i ragazzi sarebbe stata una persona conosciuta nel loro ambiente, incaricata di coordinarli e di sostituirli secondo le esigenze, mentre il datore di lavoro cercava nuovi contratti potendo offrire prezzi particolarmente vantaggiosi. Quattro persone sono accusate di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, tra loro un consulente del lavoro, che avrebbe contribuito ad aggiustare le buste paga per far quadrare i conti. Ricalcolando le prestazioni effettive, le Fiamme Gialle hanno stimato retribuzioni lorde tra i 2 e i 5 euro l’ora, ben sotto i minimi dei contratti collettivi nazionali. Sono scattati il divieto di esercitare la professione per il consulente e il divieto di esercitare l’attività imprenditoriale per l’amministratore unico, oltre al sequestro preventivo dell’intero patrimonio della società, concessione demaniale compresa, affidato a un amministratore giudiziario.
C’è poi un lavoro sommerso più urbano, fatto di logistica, edilizia e servizi alla persona, dove reti di caporali reclutano manodopera vulnerabile nei centri di accoglienza e nelle periferie più fragili.
Sul fronte del contrasto, la Regione Puglia coordina l’azione attraverso la Sezione Sicurezza del cittadino, Politiche per le migrazioni e Antimafia sociale, che promuove l’iscrizione delle aziende agricole virtuose alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Esistono inoltre protocolli d’intesa tra Regione, sindacati, prefetture e ARPAL, pensati per far incontrare in modo legale e trasparente domanda e offerta di lavoro e per offrire un’alternativa concreta ai canali dei caporali. Sul territorio operano poi i controlli del Nucleo Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro e della Guardia di Finanza, mentre FLAI-CGIL, FAI-CISL e UILA-UIL raccolgono le denunce dei lavoratori e monitorano le condizioni di sicurezza. Proprio la Guardia di Finanza ha rivolto un appello a chi si ritiene sfruttato, o è a conoscenza di situazioni del genere, perché denunci all’Autorità giudiziaria o alle forze di polizia.
Dal 2016 la legge 199 punisce anche l’imprenditore che si serve della manodopera sfruttata e non soltanto l’intermediario. Resta il fatto che ogni stagione, nei campi come sul mare, mette alla prova la distanza tra le regole e quello che succede davvero. Vale per tutti la presunzione di innocenza: la colpevolezza delle persone coinvolte sarà accertata solo con una sentenza irrevocabile.