In Italia 5,4 milioni di persone non possono permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni, mentre 2 milioni vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare, senza risorse economiche sufficienti per acquistare il cibo necessario. È il quadro che emerge dall’Atlante della Fame in Italia 2026, presentato a Roma da Azione Contro la Fame. Un’indagine che coinvolge anche Bari, insieme a Milano e Napoli, attraverso interviste a famiglie con figli che vivono in condizioni di difficoltà economica.
Secondo i dati del rapporto, giunto alla seconda edizione, nel 2025 la deprivazione alimentare materiale è diminuita dal 9,9% al 9,3% della popolazione. Una riduzione che, tuttavia, lascia ancora milioni di persone nell’impossibilità di sostenere un’alimentazione adeguata. A preoccupare è soprattutto l’andamento dell’insicurezza alimentare grave, che torna a crescere dopo un decennio caratterizzato da una progressiva diminuzione. Nel 2025 la percentuale è salita al 3,3%, rispetto al 2,7% registrato l’anno precedente, coinvolgendo complessivamente circa 2 milioni di persone.
La situazione diventa particolarmente critica per alcune categorie di famiglie. L’incidenza della deprivazione alimentare raggiunge il 13,4% tra i nuclei monogenitoriali, sale al 15,2% nelle famiglie con componenti stranieri e arriva al 19% quando la persona intervistata ha meno di 35 anni. Il rapporto dedica particolare attenzione alle famiglie con minori, che rappresentano circa un quarto dei nuclei familiari italiani. L’analisi combina l’elaborazione dei microdati Istat Eu-Silc con 120 interviste realizzate da Ipsos Doxa a Milano, Napoli e Bari, coinvolgendo famiglie intercettate attraverso il programma “Mai più fame: dall’emergenza all’autonomia”.
Dalle testimonianze raccolte emerge una realtà segnata da rinunce quotidiane. Tra i nuclei ascoltati, quattro genitori su cinque dichiarano di privarsi sistematicamente del cibo per garantire ai figli gli alimenti migliori, mentre oltre la metà delle famiglie ha dovuto ridurre le porzioni dei pasti. Le difficoltà arrivano, in alcuni casi, fino alla mancanza completa di cibo. Più di due famiglie intervistate su cinque riferiscono di aver saltato pasti, trascorso un’intera giornata senza mangiare oppure esaurito le scorte alimentari disponibili. Si tratta di risultati particolarmente significativi per comprendere le conseguenze della povertà sulla vita quotidiana, anche se l’organizzazione precisa che il campione delle 120 famiglie non è statisticamente rappresentativo della popolazione italiana. Le percentuali emerse dalle interviste non possono quindi essere estese automaticamente a tutte le famiglie in difficoltà.
La povertà alimentare, inoltre, non riguarda soltanto la quantità e la qualità del cibo disponibile, ma incide anche sulle relazioni sociali. Secondo il rapporto, il 6,5% delle famiglie con minori non può permettersi di condividere un pasto con amici o parenti almeno una volta al mese, contro il 5,8% registrato sul totale delle famiglie italiane. Tra i bambini e i ragazzi fino a 15 anni, la deprivazione sociale legata all’alimentazione raggiunge il 4,9%, una percentuale doppia rispetto a quella della deprivazione materiale, pari al 2,4%. Un divario che evidenzia come le difficoltà economiche possano limitare anche le occasioni di incontro e partecipazione alla vita sociale. Per Azione Contro la Fame, le misure di sostegno economico adottate per fronteggiare le emergenze restano indispensabili, ma non sono sufficienti a garantire alle famiglie un’autonomia duratura. L’organizzazione richiama quindi la necessità di intervenire sulle cause strutturali della povertà, attraverso politiche capaci di migliorare l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla sanità e a un’alimentazione adeguata.
Un problema che riguarda anche le realtà urbane come Bari, inserita nell’indagine qualitativa, dove le testimonianze raccolte contribuiscono a raccontare le difficoltà delle famiglie con figli. Il rapporto restituisce così una fotografia della povertà alimentare che va oltre la mancanza di risorse economiche, mostrando le conseguenze delle rinunce quotidiane sul benessere e sulle opportunità di crescita dei più giovani.
Foto Freepik