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Bari, undici ore al pronto soccorso per una Tac dopo una caduta: 69enne scrive al Quirinale

La denuncia di un cittadino

Pubblicato da: redazione | Ven, 6 Novembre 2026 - 15:50
Pronto Soccorso

Undici ore di attesa al pronto soccorso del Policlinico di Bari per effettuare una Tac dopo una caduta dalla bicicletta. È quanto denuncia Vincenzo Rutigliano, 69enne che, dopo l’esperienza vissuta lo scorso 28 ottobre, ha deciso di scrivere al Presidente della Repubblica e al presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, definendo quanto accaduto una “vera e propria tortura”. Una segnalazione alla quale ha risposto il Quirinale, trasmettendo la vicenda all’attenzione dell’assessore regionale alla Salute, Donato Pentassuglia, che ha annunciato verifiche sull’accaduto.

L’uomo racconta di essere arrivato in ambulanza al pronto soccorso intorno alle 12.30, con un codice verde assegnato dopo il triage. Da quel momento sarebbe cominciata una lunga attesa, trascorsa su una panca di ferro, prima di poter effettuare l’esame diagnostico. “Quasi subito ho effettuato il triage. Ma poi è iniziata una lunghissima attesa, su una panca di ferro”, riferisce il 69enne. Soltanto intorno alle 21, oltre otto ore dopo l’arrivo in ospedale, l’uomo sarebbe stato chiamato per la Tac. Nel frattempo, insieme ad altri pazienti in attesa, avrebbe chiesto chiarimenti al personale di vigilanza sui tempi necessari per ricevere assistenza.

“Come altri utenti ho chiesto spiegazioni a un vigilante. Ci ha risposto che c’era un solo medico in turno a occuparsi di tutto, sia delle visite sia delle dimissioni”, racconta. L’esame, durato appena sette minuti, non avrebbe però segnato la fine della permanenza in pronto soccorso. Il 69enne avrebbe dovuto attendere ancora diverse ore prima di poter lasciare la struttura, intorno a mezzanotte e mezza. Nella lettera inviata alle istituzioni, Rutigliano descrive le conseguenze fisiche e psicologiche di quella lunga permanenza, sostenendo di essere stato “sottoposto all’inflizione intenzionale di dolori e sofferenze acute, sia fisiche sia psicologiche” e arrivando a definire l’esperienza una “vera e propria tortura”.

L’uomo riferisce inoltre di aver tentato di presentare una segnalazione attraverso il numero verde indicato all’interno del pronto soccorso, senza riuscirci. “Ho subito pensato di chiamare il numero verde affisso sul muro, dedicato a eventuali lamentele. È stato inutile perché risulta non attivo”, spiega. Da qui la decisione di rivolgersi direttamente al Quirinale e alla Regione Puglia. Il 5 novembre, racconta, è arrivata una risposta dalla Presidenza della Repubblica, attraverso il Servizio rapporti con la società civile e per la coesione sociale. Nella comunicazione viene spiegato che la segnalazione è stata inoltrata all’assessore regionale alla Salute e al Benessere, Donato Pentassuglia, affinché possa essere valutata dagli uffici competenti.

La replica del Policlinico:

“La permanenza del signor Rutigliano in pronto soccorso ha compreso otto ore di osservazione clinica per monitorare, come da linee guida internazionali, l’eventuale comparsa di sintomi e valutare i fattori di rischio legati al trauma cranico minore. Questo periodo è stato parte del percorso assistenziale finalizzato a consentire una dimissione in sicurezza dopo gli accertamenti e non può essere considerato semplice attesa della Tac. Dalla ricostruzione della documentazione sanitaria emerge che al paziente, arrivato con il 118, è stato assegnato un codice azzurro. Il quadro era quello di un trauma cranico minore, con parametri vitali stabili e senza segni clinici evolutivi. Come riferisce la relazione della direttrice della Medicina d’emergenza e urgenza, il percorso ha compreso otto ore di osservazione clinica, durante le quali è stata monitorata l’eventuale comparsa di sintomi (quali ad esempio cefalee, vomito) e sono stati valutati i fattori di rischio come l’età prima dell’esecuzione della Tac, che ha fornito il riscontro clinico finale. Il percorso si è concluso con l’esame e la successiva dimissione al domicilio in codice verde. Respingiamo fermamente la definizione di “tortura”: una parola che ferisce professionisti che ogni giorno dedicano competenze ed energie a salvare vite e ad alleviare la sofferenza, anche in condizioni di lavoro difficili come quelle che possono presentarsi in un grande pronto soccorso. È giusto chiedere risposte sui tempi dell’assistenza ed è dovere dell’ospedale fornirle, anche pubblicamente, come stiamo facendo. È altrettanto necessario riconoscere il lavoro di chi, ogni giorno, assicura cure a tutti e interviene tempestivamente per salvare chi è in pericolo di vita”.

Foto repertorio

 

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