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Pubblichiamo il discorso pronunciato dallo studente senegalese Ibrahim Baldé all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Bari: una straordinaria storia di riscatto, dall’arrivo in Italia su un barcone al sogno di diventare ingegnere

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Buongiorno a tutti, prima di raccontarvi la mia storia voglio ringraziare il Rettore del Politecnico di Bari, Prof. Ing. Eugenio Di Sciascio e il Presidente del Consiglio degli Studenti, Raffaello Perez De Vera, per avermi dato l’opportunità di parlare a voi quest’oggi.

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Il mio nome è Ibrahima Baldè, sono nato in Senegal il 17 Settembre 1994 nel piccolo villaggio di Sare Kadiang in Kolda, un villaggio molto povero e abitato da circa 600 persone. A Sare Kadiang per i bambini è difficilissimo studiare perché manca tutto, ho percorso a piedi, ogni giorno fino a 12 anni, 3 chilometri per arrivare a scuola. Lungo quella strada mi accompagnava, tenendomi sempre per mano, una donna anziana, la donna che credevo fosse mia madre. Lei faceva tutto per me, nel suo piccolo non mi ha fatto mai mancare nulla, nonostante i problemi economici. Mi aiutava a realizzare tutti i miei desideri come andare a scuola e giocare a calcio. Lei c’era sempre. Del resto io ero un bambino testardo a cui piaceva molto studiare e mi impegnavo a farlo.

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Un giorno, all’incirca a 12 anni, un ragazzo del mio villaggio mi disse che la donna che mi aveva cresciuto fino ad allora non era la mia madre naturale. All’inizio non volevo credergli, non capivo nulla, ma tornato a casa arrabbiato ho chiesto la verità. Lei, molto dispiaciuta della situazione, mi fece calmare e mi raccontò tutto ciò che sapeva. Mi disse che mi aveva adottato prendendomi dall‘ospedale quando avevo solo 3 mesi e che aveva già cercato e trovato la mia famiglia naturale. Mi promise anche che mi avrebbe aiutato a conoscere i miei genitori naturali.

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Io devo molto a questa donna che per me sarà sempre la mia mamma, perché ha fatto tanti sacrifici per me crescendomi come meglio poteva. Mi ha anche lasciato studiare il Corano, poiché sapeva che la mia famiglia d’origine era musulmana, nonostante lei fosse Cristiana. Mi ha trasmesso sani valori, l’importanza dei sacrifici e l’utilità di avere dei sogni nella vita. In poche parole mi ha permesso di diventare la persona che sono ora.

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Al termine dell’anno scolastico la mia madre adottiva, durante le vacanze, mi accompagnò dalla mia famiglia naturale. Abbiamo trascorso 24 ore di pullman per percorrere 50 chilometri e arrivare dai miei genitori naturali. Lei mi lasciò lì con molta tristezza. Sono rimasto con loro 3 mesi, ho conosciuto anche mio fratello più grande e mia sorella più piccola. Per tutto il tempo, però, ho chiesto loro il motivo per cui mi avevano abbandonato, ma non mi hanno mai voluto dire la verità. Ciò mi \r\nha ferito molto e così ho deciso di tornare al mio villaggio dalla mia vera madre. Ormai la mia vita era cambiata, non riuscivo più a stare da nessuna parte e così ho deciso di lasciare il mio paese.

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Nonostante mia madre non volesse lasciarmi partire a soli dodici anni alla fine riuscii a convincerla. Dopo avermi benedetto mi disse che mi avrebbe sostenuto per sempre. Così, una mattina, con molta tristezza e paura ho salutato mia madre, ho preso un taxi dal mio villaggio alla volta della capitale, Dakar. Il mio viaggio fino all’Europa è durato circa un anno. Con un pullman sono arrivato a Bamako, capitale del Mali, di lì al Burkina Faso dove ci hanno lasciato a 20 chilometri dalla frontiera per proseguire a piedi fino alla capitale, a causa dei documenti non idonei. Lì ci sono rimasto qualche giorno poiché non avevo più franchi CFA per proseguire. Appena procurati i soldi mi sono diretto alla volta del Niger sempre in pullman e da qui sono salito su un furgone alla volta della Libia. Il furgone poteva ospitare al massimo 20 persone, noi eravamo 55, tutti seduti sulle nostre scorte d’acqua. Non ci potevamo muovere e l’unica maniera per attingere acqua dalle scorte era un lungo tubo di gomma che abbiamo tenuto in mano per tutto il viaggio. Quando l’acqua finì, finì anche la ragione umana.

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Subito dopo è finita anche la benzina, per cui da lì abbiamo dovuto proseguire a piedi fino alla frontiera con la Libia.

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Lì una famiglia mi ha accolto, dato una mano e ha cominciato a farmi studiare, permettendomi di imparare l’arabo. Dopo qualche mese è iniziata la guerra contro Gheddafi e ho deciso di venire in Europa. A 14 anni sono stato costretto a prendere una barca, era la prima volta che vedevo il mare e molti di noi non sapevano nuotare. Il viaggio è durato 2 giorni, il mare molto agitato, donne e bambini sotto coperta, così tanti da non poterci muovere.

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Arrivato a Lampedusa stavo così male che sono stato in ospedale per 2 giorni e di lì, appena ho ripreso le forze, mi hanno trasferito in una comunità per minori, qui a Bari. In questa comunità mi sono trovato molto bene e ho cominciato a studiare l’italiano. Ma a diciotto anni, per legge, ho dovuto lasciarla.

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Ero di nuovo solo, ho cominciato a badare a me stesso, ho dormito per 3 anni in una casa abbandonata senza acqua né corrente, mangiavo in una mensa per senza fissa dimora. Continuavo ad andare a scuola e a studiare, per cui spesso arrivavo tardi in mensa ed ero costretto a mangiare cibo freddo. Per lavarmi ero costretto ad andare in campagna a prendere la legna da ardere per riscaldare l’acqua che dovevo prendere a piedi alla stazione di Mungivacca. Voglio ringraziare i miei amici che mi sono stati molto vicini e anche le loro famiglie che spesso mi hanno aiutato lavandomi i vestiti e portandomi del cibo.

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Non ho mai voluto dire, per pudore, a nessuno che vivevo lì. Quando riuscirono a scoprirlo si strinsero attorno a me aiutandomi il più possibile. Grazie al mio datore di \r\nlavoro sono riuscito a pagarmi gli studi. Vivere in una casa abbandonata è stata un’esperienza fortissima.

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Dopo che ho preso il diploma, il desiderio di iscrivermi all’Università diventava sempre più forte. “Io voglio fare l’ingegnere”, mi ripetevo, e adesso sono qui.

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In Italia ho trovato persone gentili e disponibili che mi hanno sempre aiutato: gli operatori della comunità, quelli della mensa, i miei amici, anche il mio datore di lavoro, nonostante io non avessi mai chiesto nulla. Anzi non volevo assolutamente che sapessero come vivevo realmente.

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Adesso vivo un una bellissima casa assegnatami attraverso un progetto della chiesa di San Marcello. Ho tante persone che si preoccupano di me, sono molto felice e finalmente vivo tranquillamente come tutti i ragazzi della mia età.

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Tutte queste cose belle che mi sono accadute in Italia le ho usate per dar vita a un progetto che consiste nel mandare al mio villaggio natale il materiale necessario allo studio per tutti quei bambini che ancora non possono farlo. Vedere un ragazzino abbandonare la scuola a dodici o undici anni per mancanza di materiale mi ferisce molto.

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La scuola, secondo me, è la strada più importante per poter far sviluppare il nostro paese e poter dar vita ai nostri sogni. A volte non si dà la giusta importanza alla scuola, ma secondo me è l’unica strada per perseguire un futuro migliore.

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Ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutato lungo questo percorso, a partire da Sare Kadiang fino ad arrivare a Bari.

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In questi pochi mesi da universitario mi sono trovato bene, posso dirvi sicuramente che darò tutto me stesso affinché possa raggiungere il mio primo obiettivo, cioè quello di laurearmi, ma non dimenticherò mai quello di aiutare i bambini del mio villaggio per aiutarli a realizzare i loro sogni.

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Ibrahima Baldé


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