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Mi sembra strano scrivere circa l’importanza dello studente nella società moderna, nonché nell’Università stessa. Mi sembra strano non tanto perché rischio di cadere nel banale, nel già detto, quanto perché non so davvero da dove cominciare.

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Nel mio mondo, quello universitario, studente dovrebbe essere vita: vita del sistema, vita della cultura, vita della “baracca” stessa. Nel mondo di tutti, quello della quotidianità, studente dovrebbe essere colui che ha voglia di imparare, di crescere, giorno dopo giorno. Eppure mi rendo conto che questi sono concetti astratti, che andrebbe meglio approfondito il ruolo di uno studente nella sua comunità, accademica in primis. E allora, chi siamo?

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In Puglia siamo tanti. Sparsi tra diversi Atenei, su quattro poli principali che rispecchiano in fondo la geografia della nostra Regione. Quindi numericamente siamo a posto, anche se in calo rispetto al passato. E poi? Qui cominciano le perplessità. Abbiamo voglia di fare, tutti quanti: abbiamo, come me stesso, rappresentanti che ci aiutano, che si fanno portatori di istanze comuni, di frequente migliorative, e lo fanno perché ci credono, perché credono potranno dare il loro contributo. Abbiamo il compagno di banco, che a seconda del Corso di Laurea è sempre meno propenso ormai a condividere l’esperienza universitaria. Abbiamo noi stessi, che potremmo essere proprio il compagno di banco di qualcun altro, e quindi importarci solo di come arrivare all’obiettivo, perché là fuori è dura, là fuori il lavoro scarseggia, le opportunità sono ancor meno e, almeno, se le si affronta da giovani si ha maggiore vigore, maggiore pazienza forse. Tutto tremendamente vero, sfido qualcuno a negare che là fuori sia dura per chiunque costruirsi un futuro solido.

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Ma mentre siamo studenti, chi siamo?

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Fra qualche giorno in Università ci sarà il Presidente della Repubblica; verrà qui per inaugurare l’Ateneo e ricordare Aldo Moro nel centenario della nascita, ed effettivamente quale luogo migliore dell’Università di Bari, sua Alma Mater, per farlo. Come se non bastasse, abbiamo donato anche il nostro nome a Moro. Non c’erano scuse che potessero reggere per non venire qui. Eppure nel cerimoniale standard che il Quirinale esporta in giro per l’Italia, non è stato chiesto al nostro Ateneo di far intervenire uno studente.

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Assurdo, penseranno in molti: il Presidente della Repubblica viene in visita in un’Università e non si chiede a uno studente di portare un saluto? Una frase? Una stretta di mano almeno?

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In realtà penso che in pochi si siano accorti di questo dettaglio. E questa è una sconfitta, se vera, perché quando uno studente non parla, il sistema ha perso. Non il sistema Università, il sistema Paese. Perché lo Studente è espressione di nuovo: potrà aver da dire anche le cose più semplici fra tutte, ma le dice con bocca nuova. Con pensieri nuovi. Con sguardo nuovo. Caspita, anche con un volto nuovo, che male non fa.

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Quando uno studente non dice la sua, quel che gli altri dicono perde valore. Perché se non parla mai l’allievo, il maestro non avrà nulla per provare di avergli davvero insegnato qualcosa. Se non ci si mette alla prova, non vinceremo mai là fuori. E noi vogliamo metterci alla prova.

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Per questo abbiamo chiesto al Magnifico Rettore di concedere un intervento a uno studente. Per questo gli abbiamo chiesto, nel dettaglio, di sottolineare al Quirinale, che decide tutto, l’importanza di questo gesto. Con gioia, devo ammetterlo, ho saputo che il Quirinale in meno di 24 ore ha detto sì. Ci ha dato la possibilità di farci sentire. Ha capito che noi Studenti volevamo esserci perché abbiamo diritto a esserci, sempre e comunque, non solo quando ci visita la più alta carica del nostro Stato.

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Magari saranno solo saluti e ringraziamenti, io questo non lo so. Ma non sarà importante se sbaglieremo. In un Paese che vuole (e deve!) svegliarsi, il primo passo è tendere la mano a noi giovani.

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Non credo si possa dire chi siamo. Siamo quello che ogni mattino scegliamo di essere, un giorno Studenti per tutte le ore del giorno e della notte, quello successivo magari ancor di più, quello dopo ancora ci svegliamo tardi, leggiamo un libro o parliamo con gli amici, o viviamo la nostra Università. Siamo quello che essere Studente realmente rappresenta: libertà e capacità di essere, di scegliere, di imparare anche dai propri sbagli. Ecco perché il nostro ruolo è ancora oggi fondamentale: siamo forse gli unici a poter fare ancora tutto questo, e ancor di più chi verrà dopo di noi. Siamo una catena in continua rigenerazione. E non è forse questa la boccata d’aria che tutti vorremmo?

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*Carlo De Matteis, studente di Medicina e Chirurgia e consigliere di amministrazione dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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