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Una storia giudiziaria interminabile, quella che riguarda le cliniche dell’imprenditore Cicci Cavallari. La prima sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di “non luogo a procedere per prescrizione” nei confronti di Paolo Biallo, ex manager delle Case di Cura Riunite, e del boss barese Savino Parisi, imputati in uno degli stralci del processo “Speranza” sui presunti intrecci tra mafia, affari e politica nella gestione della sanità privata pugliese negli anni Ottanta-Novanta.

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L’orientamento dei magistrati della Suprema Corte

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I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso presentato dal difensore di Biallo, l’avvocato e deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, che aveva insistito per l’assoluzione nel merito perché “il fatto non sussiste”. Per il legale, quella nei confronti di Biallo era una “sentenza ingiusta, dal momento che per gli stessi reati, associazione mafiosa in concorso, molti altri imputati avevano avuto assoluzioni piene”. “La Corte ha ora posto rimedio – ha detto Sisto – a questa disparità di trattamento”.

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Biallo e Parisi mai giudicati nel merito

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Biallo e Parisi, infatti, accusati in concorso con l’imprenditore Francesco Cavallari, cognato di Biallo ed ex Re Mida della sanità privata pugliese, non sono mai stati giudicati nel merito perché i reati erano prescritti prima ancora che iniziasse il processo.

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Verso la revisione del processo Cavallari

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Questa sentenza potrebbe riaprire anche la vicenda processuale che coinvolge Cicci Cavallari, il quale nel 1995 patteggiò per questi fatti una condanna a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa, falso in bilancio e corruzione. In seguito al patteggiamento gli venne confiscato il patrimonio per 350 miliardi di lire (tra beni personali e società). Cavallari aveva chiesto la revisione del processo e, nel rigettare la richiesta che pende attualmente in Cassazione, la Corte di Appello di Lecce aveva sottolineato l’importanza, per una differente valutazione futura dei fatti, proprio della sentenza nei confronti di Biallo e Parisi. Ora con questa decisione della Suprema Corte è giunta e così tutti gli schemi processuali pregressi tornano in discussione.


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