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Il 46enne iracheno Majid Muhamad potrebbe aver fornito supporto logistico, documenti falsi e alloggio, a decine di cittadini provenienti da Pakistan, Egitto, Iran, Marocco e Turchia per due ragioni: il fine di lucro oppure “un ulteriore, più elevato, fine, che con quello economico ben potrebbe coesistere, legato ad una sua intercessione per consentire agli extracomunitari, di raggiungere una meta di interesse ideale per la sua causa”, la jihad.

Lo scrive il gup del Tribunale di Bari Francesco Pellecchia nelle motivazioni della sentenza con cui ne mesi scorsi ha condannato il 46enne alla pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nelle motivazioni il giudice ripercorre il contenuto degli atti investigativi a carico dell’uomo, già condannato in via definitiva dal Tribunale di Milano alla pena di 10 anni di carcere (già scontati) per terrorismo internazionale. All’epoca, stando agli atti della magistratura lombarda, Muhamad Majid si occupava proprio dell’approvvigionamento di documenti falsi e dell’accoglienza di volontari per la jihad reclutati in Europa.

Dopo essersi stabilito a Bari, nel 2014, l’uomo avrebbe ripreso i contatti con il cosiddetto “gruppo di Parma”, organizzazione ritenuta vicina al gruppo terroristico “Ansar Al Islam”, ma lo scopo di reclutamento o di supporto a foreign fighters “allo stato non emerge” precisa il gup. Dalle intercettazioni eseguite durante le indagini e riportate anche negli atti sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sarebbero comunque emersi sospetti contatti con vecchie conoscenze, soprattutto connazionali, di quando Muhamad viveva a Parma, prima che fosse processato e condannato per terrorismo. L’ipotesi della magistratura Antimafia barese, su cui sono ancora in corso accertamenti, è che quel gruppo si stesse riorganizzato dopo le scarcerazioni, per tornare a favorire l’ingresso in Europa di foreign fighters.

Quel che è certo è che il 46enne abbia a lungo “gestito l’ospitalità di stranieri privi di permesso di soggiorno”, manifestando sempre “nelle captazioni telefoniche, – continua il gup – i canoni portanti dell’ideologia islamica di matrice salafita”. Sulla questione ci sono agli atti anche alcuni scritti sequestrati dalla Digos nel corso di perquisizioni domiciliari. In particolare un quaderno rosso con nome e indirizzo di Ayachi Bassam, l’Imam del Belgio processato a poi assolto a Bari alcuni anni fa per reati di terrorismo internazionale, oltre a numerose cartoline postali con frasi in lingua araba ricevute da suoi connazionali detenuti, tutti risultati coinvolti in indagini sul terrorismo.

C’è pertanto un sospetto investigativo, allo stato non dimostrato, che collega l’attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina al reclutamento di combattenti da inviare nei campi di addestramento del Kurdistan iracheno, fornendo loro alloggio e documenti falsi.


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