“Ieri si è consumato il mio ultimo giorno di servizio come professore dell’Università degli studi di Bari. Da oggi, primo novembre, ho cessato il mio rapporto per dimissioni volontarie con ben cinque anni di anticipo”. Cosi il professore Corrado Petrocelli, ex rettore dell’Ateneo di Bari e attuale numero uno dell’Università di San Marino, ha annunciato di aver interrotto il legame con la “sua” Università.

Petrocelli spiega: “LAteneo (il nostro ateneo, una grande università) è stato molto di più che il luogo di lavoro: è stata casa mia per oltre 40anni, sin da quando vi sono entrato come spaesato studentello di Lettere classiche, certo non “figlio d’arte”,  e a conti fatti posso dire di aver trascorso lì più ore e giorni e mesi e anni che in qualunque altro posto. Lo è stato da subito. Vi ho costruito i miei studi, la mia carriera di giovane precario, ricercatore, professore, preside di facoltà, rettore”.

Ricorda anche l’esperienza da rettore: “I sette lunghi difficili anni di rettorato hanno costituito un’esperienza indelebile: non posso parlarne qui – scrive su facebook – ma prima o poi credo sarebbe utile (e forse anche giusto) raccontarne la storia”. Non mancano i rimpianti e qualche sassolino tolto dalla scarpa: “Molto di quanto è stato fatto non è bastato, molto volutamente dimenticato: e quando non c’è riconoscenza, per carità, ma neppure un parziale riconoscimento, l’amarezza è inevitabile. Così come è inevitabile lo sconcerto per una realtà governata ormai da formule e numeri, da richieste di montagne di adempimenti formali, una realtà in cui formiamo studiosi che non hanno spesso alcuna prospettiva all’orizzonte, ai quali si insegna che non è importante cosa ricercare e pubblicare, ma soprattutto dove, e come e in quanto tempo; in una realtà in cui la competizione è esasperata e selvaggia e si sviluppa già tra gli atenei e poi tra i dipartimenti e poi tra i singoli. E la scarsa disponibilità di risorse non aumenta la coesione e la solidarietà, ma suscita faide e rivalità feroci e i provvedimenti non vengono discussi per mettere a fuoco nuove esigenze, nuovi metodi, nuove iniziative magari interdisciplinari, ma ci si appiattisce con rassegnazione sull’applicazione più pedissequa della normativa, sul rispetto passivo di paletti e recinti, mentre il marketing diventa terreno di battaglia fra gli atenei”.

Quindi la chiosa: “Dentro una simile università, con tali prospettive mi trovo ormai a disagio (denuncio il mio disagio, non critico nessuno) e non vedo un grande futuro per il nostro sistema, se ormai incombe l’obiettivo di salvaguardare una élite di atenei e mandare gli altri in serie B”.

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