Divieto di vendere nei growshop italiani cannabis light e derivati dalla coltivazione (come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina) “salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

La decisione della Cassazione,  che più avanti renderà nota la motivazione, pone un freno – ma amplifica anche dubbi – al business dell’erba legale che nel 2018 ha prodotto un giro d’affari di 150 milioni di euro secondo il consorzio della canapa industriale, 4mila ettari coltivati (stima Coldiretti), circa 800 negozi diffusi sul territorio nazionale. Sotto osservazione il contenuto di Thc (il principio attivo con effetti psicotropi) che deve mantenersi necessariamente nella forbice tra 0,2 e 0,5%. Saranno dunque i giudici di merito, di volta in volta, a valutare quale sia la soglia di “efficacia drogante”. Il rischio è la condanna per spaccio di droga.

A Bari sono numerose le attività commerciali che puntano sul mercato legale della marijuana e derivati, a cui si aggiungono servizio di delivery e distributori automatici. “Siamo preoccupati – racconta Antonio Di Tanno, Ehhzy – anche a causa dell’incertezza della sentenza su questa famosa percentuale di Thc. Restiamo in un limbo che non ci fa stare tranquilli, qui ci sono in ballo i nostri investimenti. Ci sono importanti benefici come la riduzione dello spaccio criminale, il controllo dello Stato sulla sostanza e le tasse che versiamo”. Gianluca Orsi, di Bear Bush aggiunge: “Non c’è stata alcune evoluzione ma solo clamore mediatico. Viviamo le stesse ansie ma con la voglia di resistere facendo gruppo tra i commercianti del settore”.

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1 COMMENTO

  1. Ieri hanno protestato i gestori dei centri scommesse contro la legge che li violentano dalle scuole. Oggi i venditori di cannabis “light”. Sempre in tema di dipendenze di vario tipo E tutti con la motivazione del lavoro. Lavoro a ogni costo, anche quello della salute dei clienti.

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