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Proseguono i lavori dell’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” (19-23 febbraio 2020) che vedrà il suo epilogo con la visita di Papa Francesco, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, Mattarella e Conte. I 58 vescovi delle Chiese che si affacciano sul mar Mediterraneo – Europa, Nord Africa, Medio Oriente – hanno stilato un documento comune al termine del secondo giorno di incontri nel castello Svevo di Bari. Ecco alcuni passaggi salienti su temi contemporanei come immigrazione, periferie e povertà, emergenza climatica.

Molte comunità cattoliche – e non sono pochi tra di voi i vescovi di queste Chiese – hanno vissuto e continuano a vivere il dramma della guerra nei loro paesi. Una delle conseguenze dolorose è l’esodo dei cristiani dal Medio Oriente che non può lasciarci insensibili. Per combattere l’odio e il pregiudizio occorrono percorsi concreti e tenaci di dialogo e di amicizia. C’è bisogno di un tessuto di amicizia, convivenza e convivialità nelle nostre società: mi pare sia una missione specifica delle Chiese del Mediterraneo.

Nel 2017 nel mondo sono stati registrati 258 milioni di migranti. La loro presenza nei paesi mediterranei è rilevante: in Francia erano 7,9 milioni, in Spagna 5,9, in Italia 5,9, in Turchia 4,9, in Giordania 3,2 – solo per citare le presenze più cospicue. Nell’area mediterranea è stata sensibile la crescita dei rifugiati in conseguenza della diffusione delle guerre. Nel 2017 la Turchia ne ospitava 3,1 milioni, la Giordania 2,9 e i territori soggetti all’Autorità Nazionale Palestinese (Striscia di Gaza e Cisgiordania) 2,2. In termini di percentuale sulla popolazione residente in Palestina sono il 44%, in Giordania il 30% e in Libano il 26%. Il fenomeno delle migrazioni, quindi, non è solo questione europea, ma è questione mediterranea.

Alcune stime riportano il numero di oltre 19.000 morti nel Mediterraneo tra il 2013 e il 2019. Di fronte a questa enorme tragedia non si può far finta di niente innanzitutto per un senso di umanità. Così come non si può far finta di niente di fronte alla condizione di profughi e migranti nei campi sulle isole greche o in Libia. È una domanda che riguarda tutti, chi vive a nord del mare e chi vive a sud o a est di esso. La coscienza dei cristiani, di ogni cristiano, non può non esserne inquietata e interrogata. Le comunità cristiane non possono piegarsi alla logica cinica della «globalizzazione dell’indifferenza».

L’inequità, frutto delle ingiustizie e delle discriminazioni, agisce all’interno delle società nazionali. È un fenomeno che riguarda anche i paesi dell’Europa mediterranea. La popolazione povera o a rischio di esclusione sociale, secondo i dati Eurostat per il 2018, è superiore al 30% in Grecia, al 25% in Italia e Spagna, al 20% in Croazia e a Cipro, al 15% in Francia e a Malta. La povertà e l’esclusione sociale colpiscono in modo particolare le periferie delle città o i centri urbani degradati: il tessuto cittadino si lacera e si divide in cittadini di prima categoria, inseriti nelle dinamiche del mondo globale, e periferici29. Le città divengono sempre meno, quello che sono state nella lunga storia del Mediterraneo, «una comunità dalla vita e dal destino in comune»30, e sempre più, come ha scritto Zygmunt Bauman, «delle discariche per i problemi causati dalla globalizzazione»31

Le città del Mediterraneo si trasformano in agglomerati di periferie. La nostra regione si sta riscaldando il 20% più rapidamente della media, grandi incendi sono diventati un fenomeno abituale, molte specie ittiche sono a rischio di sopravvivenza, la carenza di risorse idriche tende ad aumentare. L’impegno a promuovere una «ecologia integrale» si presenta con tutta la sua impellenza.


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