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Cresce la preoccupazione dei giornalisti della Gazzetta del Mezzoggiorno, storico quotidiano di Puglia e Basilicata. Come raccontano dalla sede di Bari, “a seguito delle dimissioni del Consiglio di amministrazione e del Collegio sindacale, senza che la famiglia Ciancio avesse nominato i nuovi organi (eccependo un difetto di forma nella convocazione dell’assemblea societaria) e dopo la decisione del Tribunale di Catania di prorogare il cda dimissionario per far eseguire all’editore le nomine di propria competenza previste dalla legge, Ciancio Sanfilippo ha comunicato la volontà di porre in liquidazione la società editrice del giornale”.

Il comunicato del Cdr della Gazzetta.

Vergogna. Mario Ciancio Sanfilippo ha gettato la maschera del vecchio gentiluomo siciliano per rivelare il volto del comandante che abbandona la nave nella tempesta. Anzi, che insieme con i sui eredi la porta sugli scogli prima di scendere. Con una mossa a sorpresa dietro l’altra, l’editore sta esplicitando il suo totale disinteresse per la “Gazzetta”. L’ultima è di ieri, quando ha dichiarato al cda uscente la volontà di porre in liquidazione la società editrice del giornale, quella Edisud Spa di cui ha tenacemente chiesto la restituzione al Tribunale di Catania, evidentemente con l’unico scopo di riabilitare – legittimamente – la sua immagine dopo le imputazioni per presunto concorso esterno in associazione mafiosa, in un processo peraltro ancora in corso.

Ci eravamo illusi che diciotto mesi di battaglie legali lo avessero motivato a dimostrare all’Italia intera che la famiglia Ciancio Sanfilippo era pronta a ripartire. E ci eravamo illusi non sulla base di una ingenua e astratta fantasia. Negli ultimi diciotto mesi noi lavoratori della «Gazzetta» (giornalisti, poligrafici e quasi tutti gli amministrativi) abbiamo accettato pesanti sacrifici: tagli progressivi e strutturali alle buste paga, intere mensilità perdute nel calderone dei debiti societari, quote ingenti di contributi e trattamento di fine rapporto nella stessa fornace debitoria. E questo dopo che per tutti gli anni della gestione Ciancio abbiamo comunque subìto stati di crisi, prepensionamenti, contratti di solidarietà e riduzioni di stipendio che puntualmente ci venivano prospettati come manovre indispensabili e definitive «per mettere i conti in sicurezza». E il tutto a fronte di un impegno professionale sempre crescente. Pensavamo che la tenacia dell’editore nel rivolere indietro il giornale si potesse sposare con la fiducia dimostrata dai lavoratori nell’accettare sacrifici al buio.

Che cosa c’è di peggio che tradire la fiducia di chi ha creduto sulla parola? A questo punto si incastrano perfettamente tutti i pezzi del mosaico. La situazione debitoria accumulata dalla Edisud ben prima del sequestro imposto dal Tribunale di Catania nell’ambito dell’inchiesta su Mario Ciancio Sanfilippo, conferma – alla luce degli ultimi atti – la consapevolezza da parte dell’azionista di quanto facevano i manager da lui nominati a cominciare da Franco Capparelli.

Ora serve nuova luce per capire come si siano inspiegabilmente deteriorati i bilanci degli ultimi anni, così come restano inesplicabili alcune scelte gestionali. Non volevamo credere a quel che vedevamo: un editore che assiste incurante alla distruzione di un giornale come pochi ce ne sono in Italia per storia, diffusione e radicamento nel proprio territorio.
Adesso abbiamo capito che non era solo noncuranza. Era consapevole avallo e forse il tempo ci rivelerà anche a quale disegno risponde questa sistematica demolizione. Abbiamo il dovere di dirlo ai nostri Lettori e a tutti i protagonisti sociali e istituzionali di Puglia e Basilicata. Abbiamo, anche, il dovere di dire agli imprenditori pugliesi e lucani, ai quali la «Gazzetta» ha sempre dato voce e visibilità, che questo accade quando si consente che le risorse della propria terra finiscano in mani estranee. Un discorso che vale tanto per il nostro giornale, quanto per altri valori e istituzioni nevralgiche della società nella quale si ambisce a prosperare.

L’immediata e primaria conseguenza della volontà della famiglia Ciancio Sanfilippo di porre in liquidazione la «Gazzetta» è intanto l’aggravamento della situazione economica della società editrice. In questo aggravamento, si inserisce anche l’inevitabile disordine organizzativo e a seguire la mancanza di governance nella quale il giornale è proiettato. Questi tre fattori comportano giorno per giorno – e adesso ancor di più – un ulteriore progressivo peggioramento del pregiudizio dei diritti dei creditori.

Cari Lettori, l’ultima cosa che vorremmo fare noi giornalisti e lavoratori della «Gazzetta» sarebbe decretare la morte del quotidiano dei pugliesi e dei lucani. E, invece, abbiamo la sgradevole sensazione di venire spinti verso questa macabra beffa: essere presi per sfinimento dopo quasi due anni di battaglie legali – con sordi veri e sordi che, forse, non volevano neanche sentire – affinché la parola «fine» la scrivano coloro che condividono con voi l’amore per il giornale. E, invece, c’è chi sta dimostrando di volerlo solo gettare via come un fazzoletto usato.


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