“Mi hanno chiamata per nome e cognome, nonostante per privacy, così come scritto nero su bianco sui cartelli ovunque, avrebbero dovuto chiamarmi per numero”. Inizia così la denuncia di una cittadina in merito a quanto accaduto all’ospedale San Paolo di Bari. Una “piccolezza” per alcuni che però, in molti casi, come ad esempio in quelli di violenza, potrebbe rappresentare un serio “Pericolo”. Non solo questione di privacy però, secondo la cittadina, manca una vera e propria attenzione nei confronti dei pazienti.
“E’ filato tutto liscio e non ho nulla da recriminare a nessuno – spiega – ci sono alcuni dettagli però che possono fare la differenza. Io mi sono recata al pronto soccorso con sintomi dell’infarto dopo aver sentito privatamente un mio amico, medico che mi ha esortata ad andare subito in ospedale. Era sera tardi e a dirla tutta non sono pratica di pronto soccorso, erano le 23. Quando sono arrivata non c’era nessuno ad accogliermi. Ho prima dovuto capire – da sola – di dovermi affacciare in un’altra stanza e poi ho dovuto attendere, per fortuna non molto, circa dieci minuti, che qualcuno arrivasse. Certo, in alcuni casi quei dieci minuti fanno la differenza, ma perché non mettere qualcuno all’ingresso? Qualcuno che si occupi di chiamare subito i medici? Di farti sentire accolto? Prendersi cura è anche questo, o no? Perchè io ho gambe ancora funzionanti per camminare, ma molti hanno difficoltà. Quando ho spiegato tutti i sintomi e mi è stato dato il bigliettino con il codice arancione, sono tornata nella sala d’attesa. Dopo altri dieci minuti sono stata chiamata, per nome e cognome, nonostante mi fosse stato specificato anche dal personale che mi ha fornito il foglio che decretava l’urgenza che per questione di privacy mi avrebbero chiamata con un numero. Quella sera hanno chiamato tutti per nome e cognome, a dire il vero. Sono dettagli che per alcuni possono non significare nulla, ma che in realtà sono importantissimi”, prosegue nel racconto.
“Una volta entrata poi, non è andata male così come pensavo – continua – la verità è che non ho molta fiducia nel sistema sanitario. Ma in effetti non viene facile, se ne sentono di tutti i colori. Mi hanno prelevato del sangue lasciandomi l’ago, come è giusto che sia, perché potevo dover aver bisogno dopo di essere ricoverata, anche se per fortuna così non è stato, ma il problema è che avevo i movimenti limitati, non potevo neanche togliermi la felpa, ho chiesto aiuto e mi è stato detto che non era possibile. Mi aspetto che in un ospedale ci si prenda cura degli altri e che lo si faccia con un attenzione meticolosa, invece sembra che tutto sia fatto di fretta, perché non c’è tempo, non c’è posto, non ci sono tante persone disponibili. Alla fine mi sono svestita e rivestita da sola, ma quanto male mi sono fatta nel farlo? Se ci fosse stato qualcuno in più probabilmente non avrei avuto le tesse difficoltà. Sono uscita poi, per attendere le analisi, la sala d’attesa era un luogo lugubre, neanche una macchia di colore, neanche un gioco per i bambini. Il bagno non era sporchissimo, ma sicuramente non era neanche pulitissimo, mentre a mio parere, proprio perché siamo in un ospedale, dovrebbe essere pulito almeno ogni due ore per questione di igiene: ci sono stata circa quattro ore la dentro, non è venuto nessuno. Ripeto, non ho nulla da recriminare, non ho aspettato tanto tempo rispetto a tante storie ascoltate, ho atteso le analisi e ovviamente ci voleva tempo, mi è andata bene, ma questi dettagli hanno fatto la differenza perché tolgono umanità ad un settore che al di là dei problemi tecnici e logistici, a mio parere, dovrebbe restare sempre al fianco e in ascolto dei pazienti che diversamente si sono abbandonati, così come mi sono sentita io e tanti altri”, conclude.