Trentatré cicli di chemioterapia, cinquantasette somministrazioni in totale, durati quasi tre anni: tutto per curare un tumore che in realtà non esisteva. È quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Lecce, prima sezione civile, che ha condannato la Asl di Lecce e un medico dell’ospedale di Nardò a risarcire con oltre un milione e 300mila euro i familiari di una donna di 59 anni morta nel febbraio 2009.
Alla base della vicenda c’è un errore diagnostico: alla paziente venne diagnosticato un tumore, quando in realtà si trattava di un angioma benigno. Da lì partì una terapia farmacologica sbagliata, che la donna seguì da agosto 2004 ad aprile 2007, per un totale di trentatré mesi di trattamento. Quella chemioterapia, però, anziché curarla, provocò l’insorgenza di una leucemia mieloide acuta, la patologia che l’avrebbe condotta alla morte meno di due anni dopo.
A stabilire la responsabilità sono stati i giudici, che si sono basati sulle consulenze tecniche disposte nel corso del processo. Dagli accertamenti è emerso che i cicli di chemioterapia erano “assolutamente inidonei a curare la patologia di cui era affetta la paziente e, di converso, forieri di gravi effetti collaterali”.
Nel motivare l’entità del risarcimento riconosciuto al marito, ai tre figli e ai nipoti della donna, i giudici si sono soffermati anche sulla consapevolezza che la paziente ebbe, negli ultimi mesi di vita, dell’errore che le era stato commesso. Dopo essere stata ricoverata al Policlinico San Matteo di Pavia, dove le venne posta la diagnosi corretta e proposto un trapianto di midollo, la donna comprese infatti quanto le fosse accaduto. Scrivono i giudici che “dopo la diagnosi corretta effettuata dai sanitari dell’ospedale di Pavia, le fu proposto il trapianto di midollo e dunque deve ritenersi che dal ricovero nel Policlinico San Matteo di Pavia, a dicembre 2008, al decesso, avvenuto a febbraio 2009, aveva acquisito perfetta consapevolezza dell’errore medico che l’aveva resa malata terminale e che, infatti, l’avrebbe portata alla morte, restando sempre vigile e sofferente, per un totale di 56 giorni”.
Il medico ritenuto responsabile della diagnosi errata e della prescrizione della terapia poi rivelatasi letale, all’epoca in servizio proprio a Nardò, è Dario Muci. Per la stessa vicenda, in sede penale, era già arrivata una condanna definitiva a suo carico per omicidio colposo, parallela a quella civile che ora quantifica il risarcimento dovuto alla famiglia.