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Colgo l’occasione della notizia della chiusura di alcune strutture ospedaliere e ambulatoriali (Triggiano, etc) per evidenziare un’altra notizia passata quasi inosservata: “la depenalizzazione dell’aborto clandestino”, che ora prevede sanzioni  molto più salate per chi vi ricorre. E’ importante  modificare in tempi rapidi la norma sulla super multa per l’interruzione di gravidanza fatta in contrasto alla legge 194 e consentire alle donne di poter continuare a ricorrere alle cure ospedaliere in caso di complicanze; rendere più accessibile l’aborto farmacologico in regime di day hospital o nei consultori familiari e nei poliambulatori, poiché la pillola Ru486 viene utilizzata solo nel 10% negli ospedali, visto che i costi di tre giorni di ricovero, previsti solo nel nostro Paese, sono altissimi.

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Bisogna ricordare che per le donne in Italia l’interruzione di gravidanza è un percorso ad ostacoli e contro il tempo, con l’eventualità di percorrere anche 800 chilometri per trovare una struttura pubblica adeguata. Il 70% dei medici e degli infermieri è obiettore di coscienza, ma ci sono regioni dove l’obiezione è ancora più alta. I picchi sono al centro e al sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all’80%. Fortunatamente i dati del ministero ci dicono che, per la prima volta, in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza è inferiore a 100.000 ma, secondo la stima dell’Istituto superiore di sanità, gli aborti clandestini sono stati tra i 12.000 e i 15.000 nel 2012, un dato stabilizzato negli ultimi anni. Si tratta di cifre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio  la difficoltà nell’accesso ai servizi. Per questo ci pare ingiusta la super-multa che chiediamo di rimuovere. Interrompere la gravidanza è sempre più doloroso. Una corsa contro il tempo che viene vinta da chi ha più determinazione, competenza, informazioni. Perdono le donne più fragili, spesso costrette a metodi pericolosi, che il ministero della Salute trascura.

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Una particolare attenzione va dedicata alla popolazione femminile immigrata, prevalentemente in età feconda, in condizioni in cui la necessità di controllo della fecondità è particolarmente accentuata, per gli aspetti sociali e culturali che le contraddistinguono. Probabilmente, l’offerta attiva del Pap test (particolarmente raccomandato per la possibile maggiore incidenza del tumore del collo dell’utero in queste popolazioni) può rappresentare la porta d’ingresso per il counselling e il sostegno della procreazione consapevole, consigliando metodi contraccettivi adeguati  Le associazioni comunitarie e le organizzazioni non governative rappresentano risorse preziose per il massimo coinvolgimento. Il sistema di sorveglianza è in grado di testimoniare l’efficacia degli interventi.

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Le donne sono spinte ad abortire in clandestinità perché lo Stato italiano non garantisce il rispetto della 194, resa inapplicabile, in molte strutture sanitarie, dagli obiettori di coscienza, ed ora rischiano anche multe salatissime. Quindi con la riduzione delle strutture che si dedicano alla risoluzione di questi problemi, con operatori che si dedicano a questa importante attività non supportati da Enti preposti a questo compito, le donne non hanno punti di riferimento e per questo  possiamo concludere: oltre al danno, la beffa.

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del Dott. Nicola Blasi

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