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Come affrontare il delicato concetto dell’identità di genere, quando ci si rivolge alle bambine e ai bambini? Con un libro, ad esempio, meglio ancora se illustrato. Per questo negli anni Settanta, periodo di grandi rivoluzioni culturali, nacque “Storia di Giulia, che aveva un’ombra da bambino” (Histoire de Julie qui avait une ombre de garçon), pubblicato prima dalla piccola IM MEDIA e, nel 1976, ristampato dalla casa editrice, allora fresca di fondazione, Le Sourire chi mord.
Da allora, il successo del racconto grafico di Christian Bruel (testi) e Anne Bozellec (disegni) non si è più arrestato, arrivando alla candidatura dell’anno scorso come “Miglior libro mai premiato” al Premio Andersen, che consacra i migliori prodotti della letteratura destinata all’infanzia. Riproposto un paio d’anni fa al mercato italiano dalla casa editrice Settenove, il libro sarà al centro dell’incontro “Luci sulle ombre, la libertà di crescere senza etichette e senza stereotipi”, organizzato dalla libreria itinerante Spine-Temporary Press Book Store, che si svolgerà in via Dante Alighieri 284 alle 10 di sabato 24 giugno.

spine

“Giulia non è civetta: si rifiuta di fare la graziosa, spesso è sporca e dice le parolacce come i maschi, ai quali è ugualmente proibito ma essi facendolo ne ricavano un prestigio sociale…
Giulia quindi non è una ragazzina modello, i suoi genitori si lamentano e le ripetono senza sosta che non è altro che un maschio mancato”.

Inizia così la storia di Giulia, che – come nella migliore tradizione favolistica – un giorno si sveglia e scopre che l’ordine delle cose è stato sconvolto da una specie di magia: la sua ombra si è trasformata in quella di un bambino. La piccola protagonista è colta dal panico, chiede aiuto ai genitori, escogita piani, cerca soluzioni, ma niente: la sua ombra rimane quella di un bambino.

giulia

Da un punto di vista narrativo, “Storia di Giulia, che aveva un’ombra da bambino”, è didascalico e semplice come ogni buona favola. Ai brevi versi, che spesso lasciano la parola direttamente alla protagonista, si alternano i disegni della Bozellec, figura chiare e definite che si muovono su pagine bianche, belle da sfogliare e da guardare. Anche nello stile grafico, il libro riprende un po’ la narrazione favolistica, dandogli – però – un taglio più contemporaneo e graffiante. D’altra parte i personaggi tipici della letteratura orale infantile – la bella protagonista, i genitori, il principe – sono qua del tutto rovesciati: Giulia, come abbiamo visto, è un “maschio mancato”, i genitori non sono affatto amorevoli e il bambino che si incontra nel finale è tutt’altro che rispondente al ritratto stereotipato del maschio.

La storia della piccola Giulia insegna a tutte le bambine e a tutti i bambini che l’identità di genere non è affatto legata ai comportamenti che gli altri – specialmente i genitori – si aspettano. La ricerca, anzi, della propria identità è un percorso fondamentale per vivere con leggerezza e allegria la propria personalità e il rapporto con gli altri.

“È come se ognuno dovesse stare nel suo vaso – osserva a un certo punto la bambina – siamo come cetriolini”. Sono passati quarant’anni, eppure, dagli anni Settanta ad oggi, il messaggio del libro di Bruel e Bozellec resta assolutamente attuale. La cronaca e le esperienze individuali parlano ancora di stereotipi che appesantiscono la crescita dei più piccoli di ogni paese e estrazione sociale. Gli atti di bullismo e intimidazione, poi, hanno messo in risalto la violenza che diffusa tra i coetanei, eliminando anche quel briciolo di illusione su un’età dell’innocenza, coesa e solidale. Leggere la storia di Giulia, però, è importante anche per gli adulti, sia per la loro responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni (affinché siano più felici delle passate), sia per recuperare quei pezzi di infanzia sepolti sotto quintali di etichette, ricordandosi che, anche se ci si è perduti, non è mai troppo tardi per ritrovarsi.


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