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L’asfalto divelto dell’autostrada all’altezza di Capaci il 23 maggio del 1992 è una ferita aperta per l’intero Paese. Uno spartiacque. C’è un prima e un dopo l’esplosione di quei chili di tritolo che uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, nella storia contemporanea italiana. Un prima e un dopo che ha segnato anche la storia, in piccolo, della Puglia.

Rocco Dicillo e Antonio Montinaro erano pugliesi. Vittime pugliesi di mafia. Il primo aveva compiuto da un mese 30 anni. Era di Triggiano, alle porte di Bari, dove è seppellito e gli sono state dedicate una strada e una piazza e una biennale d’arte sottotitolata “Cittadini a regola d’arte”. Ma strade gli sono state dedicate anche a Bari, Palermo e Noicattaro, e anche l’aula magna dell’istituto tecnico dell’erba di Castellana Grotte. Agente scelto del reparto scorte della polizia con il compito più delicato in quegli anni: proteggere la vita del più importante magistrato italiano e di sua moglie. Una strada, la sua, intrapresa dopo aver vinto il concorsi in polizia nonostante il percorso universitario, prendendo subito servizio e scampando al primo attentato, fallito, ai danni di Falcone, nel giugno dell’89 all’Addaura.

Quel 23 maggio, invece, era seduto dietro l’auto che precedeva la coppia, assieme ai suoi colleghi, nonostante in quel periodo fosse spesso impegnato nella scorta di padre Ennio Pintacuda, gesuita impegnato contro la mafia e per questo sotto minaccia. Il sacerdote avrebbe dovuto celebrare anche il suo matrimonio fissato per il 20 luglio di quell’anno. Rocco Dicillo, un bel ragazzo, come testimoniano le sue foto, impegnato nel sociale, era pronto a pronunciare il fatidico “sì” con Alba Terrasi. Un “sì” silenziato dal fragore dello scoppio di quel tritolo che ha disintegrato l’auto su cui era a bordo, la prima della mini carovana composta da tre macchine proveniente dall’aeroporto di Punta Raisi e diretta a Palermo, quella colpita maggiormente, che ha subito i danni più ingenti.

La stessa sulla quale era seduto avanti, accanto a Schifani alla guida, anche l’altra vittima pugliese: Antonio Montinaro. Aveva 29 anni, una moglie, Tina, e due figli quando è stato assassinato. Il più piccolo si chiama Giovanni, proprio come il magistrato per cui il padre poliziotto ha sacrificato la vita da caposcorta. Il primo si chiama Gaetano. Era nato a Calimera, Antonio, nella Grecìa salentina. Nella piazza del paese, a lui dedicata, c’è un monumento realizzato con un masso raccolto tra quel groviglio di asfalto, terra, carne e lamiere. Lo scorso gennaio anche Lecce gli ha voluto dedicare un centro sportivo per i giovani nel quartiere difficile, quello della zona popolare 167. Alla cerimonia era presente anche la moglie, che in una intervista a Radio Popolare ha ribadito di voler essere ricordata, appunto, come moglie, non vedova.

Donna che si è rivelata forte, fortissima, impegnata in questi 26 anni ogni giorno per promuovere l’antimafia sociale e la memoria su e giù per l’Italia, soprattutto tra le scuole. Tina è rimasta a vivere con i figli a Palermo, perché in quella comunità che ha voluto reagire e liberarsi del cancro della mafia si è riconosciuta e ha voluto dare il suo prezioso contributo. Come il marito Antonio medaglia d’oro al valor civile e memoria indelebile assieme ai suoi colleghi di questo Paese.


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