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“Phubbing”: l’abitudine che sta spegnendo le relazioni

Uno dei fenomeni più sottili e pervasivi della nostra epoca digitale

Pubblicato da: Ylenia Bisceglie | Sab, 18 Aprile 2026 - 10:08
rubrica bl24 (52)

Stiamo iniziando a ignorarci senza nemmeno più accorgercene. Non per cattiveria, forse, non è nemmeno per noia. Una notifica, un messaggio, uno schermo chiede attenzione. E così, mentre qualcuno ci parla, scegliamo altro. Senza dirlo. Senza dichiararlo. Ma lo facciamo.

Si chiama “Phubbing”. Ed è molto più di una cattiva abitudine. “Phubbing” deriva dalla fusione di “phone” e “snubbing”, ed è diventato uno dei fenomeni più sottili e pervasivi della nostra epoca digitale. Il gesto è piccolo: una notifica, uno scroll veloce, un controllo “al volo”. Ma quel gesto manda un segnale fortissimo, anche se silenzioso: ciò che accade sullo schermo ha più valore di chi hai davanti. Ed è proprio qui che la tecnologia smette di essere neutra.

Dal punto di vista neuroscientifico, il meccanismo è semplice. Lo smartphone è costruito per attivare circuiti dopaminergici legati alla ricompensa: notifiche, like, messaggi sono micro-stimoli imprevedibili che tengono il cervello in uno stato di attesa continua. È lo stesso principio delle slot machine. Questo crea una forma di attenzione frammentata: il cervello si abitua a cercare stimoli rapidi e frequenti, mentre le interazioni umane, così lente, complesse, piene di sfumature, diventano cognitivamente più “costose”.

A livello psicologico, il phubbing introduce una frattura. Chi lo subisce non percepisce solo distrazione, ma esclusione. Non è solo una questione di educazione, è una questione di percezione di valore.

Ma il dato più interessante non è quantitativo, è qualitativo. Il phubbing non rompe le relazioni in modo improvviso: le erode lentamente. Riduce la qualità della comunicazione, abbassa l’empatia, crea micro-frustrazioni quotidiane che, sommate, diventano distanza emotiva.

Non perché sostituisca il partner, ma perché sottrae presenza. E la presenza, nelle relazioni, è tutto. Senza attenzione condivisa non c’è intimità, senza intimità non c’è connessione. Non è un caso che il phubbing sia stato associato a maggiore conflittualità, gelosia e calo della soddisfazione relazionale.

La vera domanda non è quanto usiamo il telefono, ma quando e in presenza di chi. Perché ogni volta che scegliamo uno schermo, stiamo anche scegliendo, più o meno implicitamente, cosa mettere in secondo piano.

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