C’è un’ombra silenziosa che si allunga sulle famiglie baresi e riguarda il futuro dei nostri ragazzi. Non parliamo solo delle bollette o del carrello della spesa, ma di una forma di povertà più sottile e pericolosa: quella educativa. Il dossier recentemente diffuso dalla Direzione Nazionale di Consumerismo mette nero su bianco una realtà che, come afferma la Raffaella Lauciello, delegata al comune di Bari per Consumerismo, osserva ogni giorno con crescente preoccupazione. Gite scolastiche, sport e partecipazione ad eventi culturali stanno scivolando via dalle mani di chi non ha un reddito medio-alto, trasformando esperienze formative fondamentali in privilegi esclusivi per pochi fortunati.
Il viaggio d’istruzione, quella che comunemente chiamiamo gita di classe, ha sempre rappresentato un rito di passaggio, un momento in cui la didattica usciva dai libri per farsi vita e condivisione. Oggi questo rito è sotto scacco a causa di rincari che definire proibitivi è un eufemismo. I costi dei trasporti e delle strutture ricettive sono lievitati a tal punto che una trasferta di pochi giorni arriva a pesare sul budget familiare quanto una vera vacanza. Nel contesto della nostra Bari, dove il turismo ha portato una crescita straordinaria ma anche un aumento generalizzato dei prezzi, il paradosso è ancora più evidente. Molte classi baresi, per solidarietà verso i compagni che non possono permettersi la quota, scelgono di non partire affatto. È un fallimento del sistema educativo: quando la scuola smette di essere il luogo dell’uguaglianza e diventa lo specchio delle disparità economiche, perdiamo tutti un pezzo di futuro.
Ma la pressione economica non si ferma ai cancelli degli istituti. Fuori dalla scuola, lo sport è diventato il secondo fronte di questa battaglia. Le palestre e le associazioni dilettantistiche della nostra città, soffocate a loro volta dai costi di gestione e dai canoni energetici, hanno dovuto ritoccare le rette verso l’alto. Per un genitore barese con due o tre figli, iscriverli tutti a un’attività sportiva è diventato un calcolo matematico doloroso che spesso porta alla rinuncia. Eppure lo sport a Bari non è solo svago, è l’alternativa più potente alla strada, è presidio di legalità e salute. Veder calare il numero degli iscritti nelle nostre realtà locali significa accettare che la crescita sociale dei giovani dipenda esclusivamente dall’estratto conto dei genitori.
Anche l’accesso alla bellezza e alla cultura subisce la stessa sorte. Cinema, teatri e musei diventano mete sempre più rare per le scolaresche e per i gruppi giovanili. Questa tendenza all’esclusione crea una barriera invisibile ma solidissima che rischia di dividere la nostra città in due: da una parte ragazzi che viaggiano, esplorano e si allenano, e dall’altra ragazzi che restano fermi, spettatori di un mondo che corre troppo velocemente per le loro tasche. Come delegata di Consumerismo, sento l’urgenza di denunciare questa deriva che il dossier nazionale ha giustamente definito come una situazione di impraticabilità.
Non possiamo permettere che la crisi economica cancelli il diritto al tempo libero e alla formazione extra-scolastica. Serve un cambiamento di visione strutturale che coinvolga le istituzioni locali, il mondo della scuola e le realtà produttive del territorio. Dobbiamo pretendere trasparenza sui preventivi delle agenzie di viaggio e promuovere protocolli che garantiscano l’accesso allo sport a tariffe agevolate per le fasce più fragili. Il dossier di Consumerismo non è solo un elenco di numeri, è un grido d’allarme che a Bari non può restare inascoltato. Garantire a ogni ragazzo barese la possibilità di partecipare a una gita o di scendere in campo con i propri coetanei non è una concessione, ma l’unico vero investimento sicuro che la nostra comunità può fare per il proprio domani.