“Ogni giorno ha la sua pena”. Inizia con queste parole lo sfogo amaro, intriso di rabbia e impotenza, che arriva direttamente dalle retrovie del canile sanitario di Bari. Una struttura che, nelle parole di chi la vive e la contesta ogni giorno, ha ormai perso, come raccontano dalla stessa struttura in un post pubblicato sui social, la sua funzione medica per trasformarsi in una vera e propria “discarica sanitaria”. L’ultimo tragico simbolo di questo declino è l’ingresso di una cagnolina in condizioni disperate: un tumore di dimensioni enormi e un quadro ortopedico e neurologico critico. Un caso limite che è la diretta conseguenza di un male più grande: l’assenza totale di prevenzione. Da oltre dieci anni, infatti, il mondo dell’attivismo locale chiede invano l’attivazione di controlli a tappeto sul territorio. La mancanza di verifiche severe sull’applicazione dei microchip permette a proprietari irresponsabili di negare la proprietà degli animali, abbandonandoli al loro destino senza subire ripercussioni legali.
Il paradosso più doloroso colpisce la comunità stessa. Chi critica la fatiscenza della struttura, i box arrugginiti, la penombra e la privazione della libertà, è spesso lo stesso che contribuisce a riempirli. Di fronte al silenzio delle istituzioni, all’apatia di una parte della cittadinanza e alle divisioni interne al mondo del volontariato, resta una domanda aperta e provocatoria: se le parole non bastano più a smuovere le coscienze di chi governa il territorio, a chi altro dovrebbe importare il destino di queste vite invisibili?
foto Canile sanitario di Bari