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Bari, che fine ha fatto la spiaggia pubblica più grande? Il confronto con gli altri capoluoghi di mare

I lavori a Torre Quetta cambiano la mappa del litorale barese

Pubblicato da: Nicola Lucarelli | Lun, 20 Luglio 2026 - 14:39
pane e pomodoro

Bari è, per antonomasia, una città che vive in simbiosi con il mare. Con oltre quaranta chilometri di costa, il capoluogo pugliese si distingue nel panorama italiano per una scelta controtendenza forte e radicata, ovvero quella di difendere strenuamente lo spazio pubblico. Mentre molte città costiere italiane soffrono la privatizzazione selvaggia degli arenili, Bari ha scelto di mantenere i suoi grandi poli balneari urbani totalmente accessibili e gratuiti. Un primato virtuoso che però, nella stagione attuale, deve fare i conti con un cantiere pesante che sta ridisegnando la geografia dell’estate barese. La spiaggia di Torre Quetta, il gigante del litorale sud con il suo chilometro e mezzo di estensione e ben 42.000 metri quadrati di superficie, è infatti chiusa da ottobre 2024 per consentire i massicci lavori di riqualificazione legati al progetto del Parco Costa Sud. Questo stop forzato ha temporaneamente privato la cittadinanza della sua spiaggia pubblica più grande, riversando inevitabilmente la pressione antropica sugli altri avamposti di mare libero.

Al netto di questa temporanea assenza, l’offerta di spiagge pubbliche a Bari resta straordinaria se paragonata ai numeri dei grandi capoluoghi di regione. Escludendo le infrastrutture portuali e le scogliere meno accessibili, la città garantisce circa cinque chilometri di costa urbana sabbiosa o ciottolosa completamente fruibile, per un patrimonio complessivo che supera gli 80.000 metri quadrati. Gran parte dei bagnanti si concentra oggi a Pane e Pomodoro, la spiaggia democratica per eccellenza posizionata a ridosso del centro, un catino di sabbia da 350 metri di lunghezza dotato di servizi gratuiti. A nord della città risponde il Waterfront di San Girolamo, un chilometro di litorale riqualificato diviso tra sabbia e ciottoli che ha restituito il mare a un intero quartiere, a cui si aggiunge la storica spiaggia libera di San Francesco nel cuore di San Cataldo, una striscia di sabbia dorata incastrata tra i lidi privati.

Questo immenso stop forzato a Torre Quetta non è però un cantiere isolato, ma rappresenta il primo tassello del Parco Costa Sud, uno dei progetti di rigenerazione urbana più ambiziosi d’Italia finanziato con circa 75 milioni di euro di fondi europei e nazionali. L’obiettivo è trasformare sei chilometri di costa a sud del centro in un immenso parco lineare ed ecologico che unirà il verde al mare. La metamorfosi prevede la bonifica di vecchie aree industriali dismesse, la creazione di percorsi ciclopedonali, boschi costieri e aree per lo sport, ampliando e potenziando le spiagge pubbliche esistenti. I disagi attuali per i bagnanti baresi sono quindi l’anticamera di una storica rivoluzione verde.

Nonostante le difficoltà del momento, il modello Bari regge egregiamente il confronto con gli altri capoluoghi di mare italiani, dove la geografia o la privatizzazione rendono il mare un privilegio. Se si esclude Cagliari, dove la spiaggia del Poetto garantisce per legge un rigido cinquanta per cento di litorale pubblico su ben sette chilometri e mezzo di estensione, le altre grandi città costiere faticano a offrire spazi simili. A Napoli la costa cittadina è quasi totalmente occupata da porto e lidi privati storici, riducendo le spiagge libere a fazzoletti di terra simbolici come la celebre Rotonda Diaz. A Palermo la splendida Mondello è storicamente feudo di stabilimenti e cabine, lasciando ai bagnanti liberi spazi decisamente ridotti. Più virtuose, ma penalizzate dalla loro conformazione geografica, sono Genova e Ancona. Il capoluogo ligure offre molte spiagge libere ma estremamente frammentate e spesso confinate tra ferrovie e aree industriali, mentre Ancona vanta gioielli pubblici spettacolari come il Passetto o Portonovo, che rimangono però calette di falesia e ciottoli difficili da vivere come vere spiagge urbane di massa. Discorso a parte merita Trieste, dove la spiaggia sabbiosa in città non esiste e il concetto di bagno pubblico coincide storicamente con i chilometri di cemento e scogli del lungomare di Barcola.

L’analisi evidenzia come Bari abbia avuto la lungimiranza di non svendere il proprio litorale ai privati. L’attuale chiusura di Torre Quetta dimostra la fragilità transitoria di un sistema in cui, se viene meno un’area così vasta, la pressione si sposta inevitabilmente altrove. La vera sfida per l’amministrazione comunale si gioca ora sulla linea del tempo, con la necessità di stringere i bulloni dei cantieri del Parco Costa Sud per restituire ai cittadini un litorale che non sia solo pubblico e gratuito, ma radicalmente trasformato in un polmone verde sul mare di respiro europeo.

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