Camminare su un filo sospeso, cercando di mantenere l’equilibrio su quella linea che cerca di demarcare illusoriamente il confine tra la normalità e la patologia. Questa è la sensazione che si prova lasciandosi travolgere dall’ultimo lavoro di Virzì, “La pazza gioia”, che già a partire dal titolo fonde e confonde due concetti così vicini e così contrastanti come la felicità e la pazzia.\r\n\r\nSullo sfondo di una comunità terapeutica che ospita donne con disturbi mentali, ritenute dalla legge “soggetti pericolosi”, si riesce a guardare con un occhio umano tutte quelle persone che a causa di malattie o di condizioni sfavorevoli vengono il più delle volte deumanizzate, private della loro parte umana. Una comunità che si allontana dal concetto di “manicomio” e si avvicina alla visione di struttura di riabilitazione introdotta da Franco Basaglia nel 1978 con la legge 180. Una casa, in questo caso, che accoglie le pazienti, permette loro di lavorare, andare a messa, svolgere varie attività. Una casa che si fa porto sicuro, da cui scappare per poi tornare.\r\n\r\nÈ questo lo sfondo nel quale è possibile lasciarsi contagiare dalla personalità istrionica di Beatrice, che è possibile riconoscere dal suo forte bisogno di essere continuamente al centro dell’attenzione, dall’utilizzo del suo aspetto fisico per attirare gli altri a sé, da un comportamento eccessivamente seduttivo e provocante (anche nei confronti del prete) e da una eccessiva emotività. Beatrice impiega una grande quantità di tempo, energia e denaro per gli abiti e le cure personali, mostra autodrammatizzazione, teatralità e una espressione esagerata delle emozioni. Nel corso della storia sentiamo spesso Beatrice raccontare dei suoi tanti cari amici, come il suo “amico George”, riferendosi a Clooney, altra caratteristica che è possibile riscontrare in persone con disturbo istrionico di personalità, ossia il considerare le loro relazioni più intime di quanto non lo siano realmente, definendo anche solo dei semplici conoscenti dei “cari amici”.\r\n\r\nCon il suo eloquio impressionistico e convincente riesce, con non poche difficoltà, a conoscere la vita di Donatella, una donna i cui muscoli e tatuaggi fanno da guscio ad una personalità fragile e complessa, con un passato drammatico che l’accompagna dalla sua infanzia all’età adulta. Donatella si definisce una donna molto triste e viene definita una donna con depressione maggiore. L’attenzione della narrazione è alla sua storia, caratterizzata da ripetuti abbandoni: prima da parte del suo papà, poi da parte del papà di suo figlio e infine da quello di suo figlio. Un abbandono, quest’ultimo, differente, in cui era lei ad abbandonare con molta sofferenza il suo piccolo prima alle cure di un istituto, poi alle cure di una famiglia affidataria.\r\n\r\nIl buio della tristezza che viene illuminato dalla speranza di rivedere suo figlio, una speranza concreta, non impossibile. Virzì infatti permette anche una riflessione sul tema dell’affidamento, rimarcando il reale obiettivo di tale intervento, spesso confuso erroneamente con l’adozione. L’affido infatti consiste nella possibilità, per il minore, di essere accolto da una nuova famiglia in grado di fornirgli le cure e le attenzioni necessarie, e di mantenere, nel contempo, i legami affettivi con la famiglia, in attesa che si creino le condizioni per il suo ritorno nel nucleo familiare di appartenenza. I genitori affidatari accudiscono il bambino per un tempo che dovrebbe essere definito, temporaneo, nell’attesa che, tramite interventi e supporti, la famiglia di origine abbia la possibilità di recuperare la sua funzione genitoriale. Ed è questo che si può osservare nei genitori affidatari del figlio di Donatella: un forte affetto nei confronti del bambino e un tentativo di proteggerlo, ma allo stesso tempo il riconoscimento di un incondizionato amore materno, senza la pretesa di cancellarlo o sostituirsi ad esso.

Bif&st 2019 Bari
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