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È stata in buona parte una lezione di storia, quella tenuta dal prof. Luciano Canfora sul tema “Nascita di una Costituzione, e sua difesa“, ma non solo. Qualsiasi definizione sarebbe difatti riduttiva per un incontro durante il quale si è parlato di problemi sociali, delle esperienze in altri Paesi, di diritto, di politica, oltre ovviamente che del prossimo referendum.

Lo storico e filologo barese è stato introdotto da Maria Filograsso e Grazia Ragnini (che hanno letto testi di Piero Calamandrei), e da Pasquale Martino, che ha stigmatizzato il fatto che questa battaglia referendaria si stia combattendo a colpi di slogan.

La lectio magistralis, che si colloca in vista del Referendum costituzionale del 4 Dicembre, è cominciata con la considerazione espressa da Raniero La Valle (1993), che sottolineò che l’unica riforma costituzionale è la riforma della legge elettorale.

Il prof. Canfora ha quindi percorso la storia italiana dallo Statuto Albertino ad oggi,  affiancando a questo excursus dei confronti con Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti: dall’analisi si è evidenziato come in molteplici e significativi casi, il cambiamento della legge elettorale sia stato sintomatico. Il caso forse più vicino a noi è quello della Legge Acerbo del 1923, voluta da Mussolini per garantire un premio di maggioranza al Partito Fascista, e quindi una più solida maggioranza parlamentare.

Il bilancio da trarre è che le costituzioni si trasformano quando sussistono delle modifiche profonde nella società, e lo storico e filologo barese si è quindi chiesto se sussista un problema, un movimento all’interno della società italiana, tale da giustificare la scelta di un Senato come quello al quale si arriverebbe votando sì al quesito referendario. Un Senato che – come ha poi affermato – non sarebbe più quello di un Paese padrone del suo destino.

La riforma sarebbe solo peggiorativa, con una Costituzione “strattonata e violata”, e si porrebbe due obiettivi. Da una parte, si otterrebbe il compiacimento delle grandi potenze, potendo dire di aver finalmente compiuto le riforme tanto richieste; per il filologo, tuttavia, l’economia non riparte perché ci sono 200 senatori in meno. Dall’altra, si è creato un clima di “salto nel buio”, per cui se non si approva questa riforma, si rischia il baratro: lo scopo sarebbe quello di vincere quindi le prossime elezioni. Si tratterebbe di risultati “assolutamente utilitaristici” e di sicuro si ingigantirebbero i poteri del Presidente del Consiglio.

Il prof. Canfora ha pure sottolineato come la nostra Costituzione sia “intimamente proporzionale”, come si evince dagli artt. 48 e 138.

Lo storico barese ha anche ripercorso il tragitto dell’art. 1 della Costituzione, che da una configurazione di “Repubblica democratica di lavoratori”, grazie alla critica liberale (“e chi non lavora non è cittadino?”) e al contributo di Moro e Fanfani, giunse alla nuova e attuale formulazione di “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Si tratta tuttavia di un testo ancor più impegnativo, che permette addirittura di ravvisare delle violazioni dell’articolo nelle realtà di disoccupazione presenti nel nostro Paese.

Durante il dibattito, il prof. Canfora ha risposto a numerose domande e toccato diversi temi: dai media afflitti dalla “servitù spontanea” di cui diceva già Tacito; all’abolizione della geografia e alla scuola che non deve formare cittadini disarmati.

Due dei protagonisti principali del discorso (l’attuale Presidente del Consiglio e Berlusconi) non sono mai stati nominati, un po’ come capita nei testi dell’antichità, nei quali spesso non si citano personaggi o fatti che dovevano essere familiari per il pubblico dell’epoca (talvolta facendo penare noi moderni nelle identificazioni e nell’individuazione dei riferimenti).

La lectio magistralis, organizzata da Anpi, Arci, Cgil, Ipsaic e Link in data 6 ottobre presso nella sala del centro polifunzionale degli studenti dell’Università di Bari (l’ex Palazzo delle Poste), ha visto l’affluenza di un pubblico attento e troppo numeroso per la capienza della sala.


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