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Dovremo aspettare ancora qualche settimana, ma a maggio il cartellone del teatro Petruzzelli sorprenderà il pubblico barese con un appuntamento assolutamente fuori dagli schemi: Porgy and Bess di George Gershwin è un’opera jazz, molto lontana dalla narrazione e dalla musicalità a cui i melomani sono abituati. Sono i primi anni Trenta a Catfish Row, sobborgo black (immaginario) della città di Charleston, in Carolina del Sud, dove nasce, cresce e (forse) muore la turbolenta storia di amore tra i due protagonisti che danno il titolo all’opera. Insieme a loro, un folto gruppo di personaggi che – in un modo o nell’altro – ne influenzeranno le vicende, andando a incidere fortemente nella loro ricerca della felicità. Tra questi, la sfortunata Clara che addormenta il suo bambino sulle note di Summertime, uno dei brani più indimenticabili dell’opera, entrato a far parte dello standard jazz e interpretato dalle migliori voci del genere (e non solo).

Incontriamo per la prima volta Porgy, un mendicante zoppo, mentre organizza un incontro di craps, un gioco di dadi, a cui partecipano Robbins, lo spacciatore di cocaina Sportin’Life e il malvivente Crown, accompagnato dalla sua donna, Bess. Il gioco – già di per sé poco raccomandabile – è interrotto da una rissa, che termina tragicamente nell’omicidio di Robbins. Il responsabile dell’assassinio è il violento e ubriaco Crown che, resosi conto della gravità del gesto, decide di fuggire abbandonando Bess all’indifferenza di Catfish Row: indifferenza che solo Porgy, il mendicante, rompe, accogliendola teneramente tra le sue braccia. Qua, dove lo squallore e la miseria fanno da padroni, l’altruismo inaspettato di Porgy conquista il cuore di Bess e mostra come – anche tra gli ultimi – l’eroismo possa manifestarsi nella sua più fulgida forma. Il tono duro con cui Porgy and Bess parla dei suoi personaggi ha portato ai suoi autori non poche accuse di razzismo: l’ambientazione Black scelta da George Gershwin e da suo fratello Ira, che ha curato i testi, è stata più volte fraintesa nel corso della storia dell’opera, riconosciuta come legittima solo alla fine degli anni Settanta. Ciò che è nascosto in una narrazione verista e crudele è, invece, il profondo lirismo dei disperati che rappresenta, senza alcun filtro consolatorio, quello che George Gershwin definì come “American Folk Opera”.

 


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