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Il “G7 delle Finanze” che si terrà a Bari nei giorni 11,12 e 13 maggio, rappresenta un evento storico per la città.
Fino ad oggi però, i cittadini ne hanno sentito parlare soprattutto per motivi legati alla viabilità ed altre ripercussioni di natura organizzativa. Dalle ormai mitiche “180 telecamere” per controllare una sorta di zona rossa, al blocco della viabilità nel centro e parte del lungomare. E poi i timori relativi a possibili contestazioni, controvertici, manifestazioni parallele di antagonisti.
In realtà l’evento è di per sé una straordinaria vetrina per Bari e una opportunità per i suoi operatori economici, ben oltre i meri aspetti di ordine pubblico e organizzativo.

La Puglia ospiterà i rappresentanti di grandi popoli: oltre all’Italia, fanno parte del gruppo dei Sette anche Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Canada e Stati Uniti. Tra il 1998 e il 2014, il G7 è stato aperto anche alla Russia, diventando G8. Mosca è stata esclusa a seguito delle sanzioni comminate dopo l’annessione della Crimea.

Le delegazioni dei sette paesi più industrializzati al mondo, ovvero i loro ministri e i rappresentanti delle Banche Centrali (ci sarà anche Mario Draghi, in rappresentanza della BCE), si riuniscono con cadenza annuale, variando ogni anno la sede con perfetta alternanza. Dopo il Giappone nel 2016, è toccato all’Italia, e la sede scelta è stata Bari. Già questo rappresenta un unicum, anche al cospetto delle altre città italiane candidate. Per tre giorni i nutriti gruppi di ministri, funzionari, politici ed economisti, saranno ospiti-visitatori degli scorci più belli della città: dal teatro Petruzzelli (sede scelta per la classica “foto di famiglia”), al Palazzo della Prefettura, al Castello Svevo, il Fortino e altri ancora, con una estemporanea visita alla città di Matera. Una occasione di visibilità e pubblicità, che se ben sfruttata, può trasformarsi in una immediata crescita nel ranking turistico mondiale.
Allo stesso tempo, un vertice di questo tipo raccoglie risorse che restano poi a disposizione della città e della comunità, sotto forma di miglioramenti viari e ristrutturazione dei luoghi di incontro, ove previsto.
In sostanza, la città ha la possibilità di rifarsi il trucco e indossare il vestito della festa, al cospetto di istituzioni internazionali, le cui scelte future potrebbero essere influenzate dall’impressione destata. Soprattutto in ambito turistico, l’indotto complessivo generato nei giorni del vertice e in prospettiva è di valore assoluto.
Oltre queste valutazioni abbastanza scontate, ma da non sottovalutare, c’è un aspetto relativo al contenuto del vertice. In ambienti economici e di alta finanza non è passato inosservato infatti, il tema che è stato inserito all’ordine del giorno come punto primo: la tassazione della cosiddetta web economy. Da tempo lo spinoso problema è in agenda: tutto quel magma indistinto che galleggia sulla rete internet e che spesso sfugge ad un quadro di tassazione unitario. Una miriade di aziende, alcune di dimensioni colossali, che vendono servizi, beni, spazi pubblicitari, sulla rete ed attraverso siti, per le quali però è arrivato il momento (a pensarla così è anche il ministro italiano Padoan) di studiare normative fiscali ad hoc.
E così il vertice di Bari può diventare davvero un G7 storico: quello in cui si fissa l’intesa per tassare i giganti del web, da Facebook ad Amazon, e si stabiliscono i criteri per lo sviluppo e la razionalizzazione di una delle direttrici fondamentali dell’economia mondiale del prossimo decennio.
Si prevede infatti che la crescita delle transazioni internazionali attraverso i canali riconducibili alla cosiddetta “web economy” trainerà diversi settori, veicolando i consumi di milioni di persone, iniziando dai paesi più industrializzati. Una redistribuzione della ricchezza prodotta da queste transazioni attraverso leve fiscali funzionali, è una sfida che porta grandi risorse a disposizione della collettività e delle economie nazionali.
Oggi infatti, alcune società fatturano milioni di euro vendendo, per esempio, servizi online in Francia e Italia, o spedendo merce da San Francisco al Giappone. Ma siccome hanno la sede fiscale (cioè il luogo in cui viene registrata la fattura e incassato il pagamento) in un terzo paese, si rimettono fiscalmente alle leggi di quel paese. Spesso viene scelto appositamente un paese con regime fiscale iper semplificato, o addirittura un “simil paradiso fiscale”. Ad ogni modo la tassazione di guadagni milionari spesso sfugge al territorio dove i servizi e i consumi sono effettivamente venduti e transati.
Sarà questo, uno dei punti principali nelle discussioni che si terranno nei saloni del Teatro Petruzzelli o del Castello.
E allora sì che il nome di Bari entrerebbe negli annali della finanza e dell’economia, legandosi, da buona città di millenaria tradizione commerciale, ad un codice fondamentale per il commercio del XXI secolo. Chissà: dopo il “trattato di Maastricht” e il “protocollo di Kyoto”, arriverà “il regolamento di Bari”?


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