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Ha deciso di collaborare con la giustizia il boss barese Domenico Milella, braccio destro del capo clan Eugenio Palermiti, alleato storico del boss del quartiere Japigia Savinuccio Parisi, con cui condivide il controllo degli affari criminali nel quartiere. La decisione di pentirsi risale a pochi giorni fa ed è stata comunicata oggi nel processo con rito abbreviato nel quale Milella è imputato per detenzione di armi con l’aggravante mafiosa.

In aula il pm della Dda di Bari Federico Perrone Capano, dinanzi al gup Giovanni Anglana, ha reso nota la volontà dell’imputato (che è attualmente in carcere) di collaborare annunciando che sarà depositato nelle prossime settimane, prima della successiva udienza del 12 marzo, un verbale con le prime rivelazioni. In questo processo Milella, 39 anni soprannominato «Mimm u Gnur» (Mimmo il nero), è imputato con il pregiudicato 33enne Michele Ruggieri, entrambi affiliati del clan Palermiti-Parisi. Ai due è contestato di essere i proprietari di un arsenale scoperto circa due anni fa nel quartiere Japigia, i cui custodi furono all’epoca arrestati in flagranza. Quel ritrovamento di armi avvenne nell’ambito delle indagini della Dda di Bari dopo i tre omicidi avvenuti nel rione in poco più di un mese, all’inizio del 2017, che sarebbero legati alla guerra tra clan per il controllo dello spaccio di droga e in alcuni dei quali Milella, definito negli atti giudiziari «proconsole dei Palermiti», sarebbe coinvolto come mandante.

Sarebbe stato lui, in quel periodo, a mettere «una taglia da mezzo milione di euro» sulla testa del pregiudicato rivale Antonio Busco, ex «figlioccio» del boss Savinuccio che voleva affrancarsi dal clan e innescare una guerra per tentare l’ascesa criminale. L’omicidio sfumò perchè tutti i protagonisti dell’agguato furono arrestati in un blitz. Sempre Milella avrebbe coordinato le cosiddette «stese» in stile Gomorra, gruppi armati a bordo di decine di moto che sparavano in piena notte nelle strade del quartiere interi caricatori di mitragliette in aria o sulle facciate dei palazzi «al solo fine – spiegavano gli inquirenti ricostruendo il controllo mafioso del quartiere Japigia da parte del clan – di rendere noto a tutti chi comandava nella zona».


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