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Ha avuto inizio oggi, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto, con presidente Stefania D’Errico, a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari, la requisitoria della pubblica accusa nell’ambito del processo denominato “Ambiente svenduto” per il presunto disastro ambientale causato all’Ilva della gestione della famiglia Riva.

In totale sono 47 gli imputati, tra questi 44 persone fisiche (tra dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico, politici e imprenditori) e tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici). La discussione delle parti si tiene, per motivi logistici (200 i posti disponibili), nell’aula magna della scuola sottufficiali della Marina militare, nella frazione di San Vito. Ad aprire la requisitoria, il pubblico ministero Mariano Buccoliero. Interverranno, anche nelle udienze successive, gli altri magistrati del pool ambientale Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire.

Il processo, va specificato,  era iniziato nell’ottobre del 2015 per poi tornare all’udienza preliminare dopo che la Corte d’assise di Taranto aveva rilevato un vizio di forma, ovvero la mancata indicazione del difensore d’ufficio per dieci imputati sprovvisti del legale di fiducia. Il secondo rinvio a giudizio risale esattamente a cinque anni fa, ovvero a febbraio del 2016. Tra gli imputati ci sono i fratelli Fabio e Nicola Riva, dell’ex proprietà Ilva, l’ex responsabile Rapporti istituzionali Ilva Girolamo Archinà, l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, l’ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex presidente dell’Ilva ed ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, l’ex assessore regionale e attuale portavoce di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, gli ex dirigenti ‘fiduciarì dei Riva, un legale Ilva, l’ex direttore generale Arpa Puglia, Giorgio Assennato, funzionari ministeriali per l’Aia 2011 e funzionari regionali. Circa mille le parti civili.

A vario titolo sono contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di acque e sostanze alimentari, getto pericoloso di cose, omissione di cautele sui luoghi di lavoro, due omicidi colposi in relazione alla morte sul lavoro di due operai, concussione, abuso d’ufficio, falso ideologico e favoreggiamento. L’inchiesta, supportata anche da una perizia chimica e una epidemiologica, sfociò il 26 luglio 2012 nel sequestro degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico e nell’arresto di una parte dei vertici aziendali, a cominciare da esponenti della famiglia Riva, allora proprietaria della fabbrica.

Un inquinamento «devastante per l’ambiente e la salute». Così il sostituto procuratore Mariano Buccoliero ha definito le conseguenze delle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto durante la requisitoria dinanzi alla Corte d’assise. Il pm ha ricostruito l’imponente attività di indagine, avviata in seguito alle denunce di ambientalisti e privati cittadini. Buccoliero si è soffermato anche sull’incidente probatorio in cui furono discusse le perizie che hanno dimostrato la connessione tra inquinamento, malattia e morti. Tra le parti civili c’è l’associazione Peacelink che presentò un dettagliato esposto. «Siamo solo all’inizio – sottolinea il presidente dell’associazione, Alessandro Marescotti – e già restiamo impressionati dalla mole delle argomentazioni offerte e dalla ricostruzione dei fatti. Una requisitoria dettagliata, un excursus storico e processuale che lascia senza fiato per la dovizia dei particolari e della gravità dei fatti elencati, delle omissioni e delle inadempienza poste in essere per il solo profitto industriale». Marescotti si dice «impressionato» dai «dettagli della scuola Deledda, descritta dal pm come scuola della morte, perché intasata dalle polveri. Si tratta di una scuola per i bambini del quartiere Tamburi di Taranto». «Siamo qui per testimoniare – conclude – la volontà di verità e il desiderio di giustizia. Abbiamo seguito personalmente, passo dopo passo, questa vicenda assolutamente rilevante per la salute e la vita dei cittadini, testimoniando nel processo».


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