Oltre 11 milioni di italiani convivono con la sindrome cardio-nefro-metabolica, una condizione che interessa contemporaneamente cuore, reni e metabolismo e che spesso rimane non diagnosticata. A lanciare l’allarme sono gli esperti riuniti all’International Symposium on Cardiometabolic Risk in corso a Stoccolma, dove sono state presentate le prime linee guida internazionali dedicate a questa patologia.
Le nuove raccomandazioni, pubblicate sulle riviste Circulation e Journal of the American College of Cardiology, sono state elaborate congiuntamente da quattro delle principali società scientifiche statunitensi: American Heart Association, American College of Cardiology, American Diabetes Association e American Society of Nephrology. Secondo i dati illustrati durante il congresso, in Italia sono 11,6 milioni i pazienti con sindrome cardio-nefro-metabolica. Di questi, 4,7 milioni presentano mediamente 2,5 fattori di rischio: il 79,6% soffre di ipertensione arteriosa, il 67% è affetto da diabete di tipo 2, il 44,4% ha il colesterolo elevato e il 40% presenta insufficienza renale.
Gli esperti sottolineano come le malattie cardiovascolari, renali e metaboliche siano strettamente collegate e non possano più essere affrontate separatamente. Le nuove linee guida introducono infatti un sistema di classificazione in quattro livelli, con l’obiettivo di individuare precocemente i pazienti a rischio e intervenire prima che il danno agli organi diventi irreversibile. “Il peso globale della malattia è confermato anche dall’ultimo Global Burden of Disease del Lancet: le malattie non trasmissibili costituiscono quasi i due terzi della mortalità e della disabilità globali, e le prime tre responsabili sono la cardiopatia ischemica, l’ictus e il diabete. La mortalità cardiovascolare è determinata per almeno un terzo da fattori di rischio metabolici come ipertensione, aumento dell’indice di massa corporea, glicemia alta, colesterolo alto e disfunzione renale”, spiega Francesco Cosentino, direttore della Medicina Cardiovascolare del Karolinska Institute.
“Non possiamo più permetterci di guardare al cuore, ai reni e al metabolismo come compartimenti stagni. Questi pazienti non possono essere rimbalzati dal cardiologo all’endocrinologo, al nefrologo”, aggiunge Stefano Del Prato, presidente della Fondazione Menarini.
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