In una sanità spesso raccontata attraverso attese, disagi, carenze di personale e reparti sotto pressione, ci sono anche storie silenziose che restituiscono il senso più profondo della cura. Storie che nascono durante un servizio apparentemente ordinario, come un trasporto sanitario, ma che diventano testimonianza di attenzione, rispetto e umanità. È quanto racconta un volontario della Misericordia di Bitritto, impegnato nella giornata del 13 luglio in un accompagnamento all’ospedale San Paolo di Bari per una visita in Gastroenterologia che ha voluto affidare ai social quanto accaduto nel corso di un servizio che, spiega “aAprima vista, potrebbe sembrare semplice ma nulla è semplice quando hai tra le mani la fragilità di una persona”.
L’arrivo in ospedale, pochi minuti di attesa e poi l’incontro con una dottoressa che “è stata capace di restare umana” A colpire il volontario non sono stati soltanto i tempi rapidi, ma soprattutto i gesti. Il modo in cui la paziente è stata accolta, ascoltata e accompagnata nella spiegazione del proprio problema. “La dottoressa ha accolto la paziente con uno sguardo che va oltre la cartella clinica”, racconta. “Ascolta. Non sente soltanto, ascolta davvero. Fa domande, si ferma, entra nel problema con delicatezza, come se quella persona fosse sua madre”. Un episodio che, nel racconto del volontario, assume il valore di una piccola buona notizia dentro un sistema sanitario quotidianamente messo alla prova. Perché anche nei reparti dove il lavoro corre veloce e le risorse non sempre bastano, l’attenzione alla persona può fare la differenza.
“In quel momento capisci che la medicina non è solo scienza, è umanità”, scrive ancora. “In un sistema spesso sotto pressione, con personale ridotto e ritmi che non perdonano, incontrare chi si prende il tempo di guardarti negli occhi è qualcosa che lascia il segno”. Al centro del racconto ci sono anche gli anziani, spesso fragili ma portatori di storie, dignità e vita. Persone che hanno bisogno di cure, ma anche di rispetto, attenzione e amore. Ed è proprio in una stanza d’ospedale, durante una visita, che il volontario dice di aver visto tutto questo: una dottoressa capace di ascoltare con i volontari a fare da ponte tra un bisogno e una risposta.
“È questo il senso del nostro servizio”, conclude. “Non solo trasportare corpi, ma accompagnare anime. Perché alla fine quello che resta non è la visita fatta o il tempo impiegato. Quello che resta è come hai fatto sentire qualcuno nel momento in cui era più vulnerabile. E oggi qualcuno si è sentito meno solo”. Una testimonianza che ricorda come accanto alle criticità esistano anche professionalità, gesti e relazioni capaci di restituire fiducia. Anche solo per pochi minuti, anche “dentro una giornata qualunque”.
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