Saracinesche che si abbassano una dopo l’altra, insegne che cambiano, quartieri che si svuotano di negozi e si riempiono di bar: è il ritratto che emerge dagli ultimi dati sulla demografia d’impresa in città, uno scenario che riguarda da vicino chi ogni giorno cammina per le vie del centro e della periferia.
Secondo l’analisi condotta nel marzo 2026 dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, negli ultimi dodici anni Bari ha perso complessivamente 757 attività: 60 nel centro storico e 700 nelle altre zone della città. Un dato che si riflette nei numeri del solo centro storico, dove gli esercizi commerciali sono passati da 659 nel 2021 a 451 nel 2025, mentre nel resto della città si è scesi da 3.557 a 2.665. Tra le città metropolitane italiane, Bari registra una delle flessioni più marcate, con un calo del 14,8% nel numero di negozi di vicinato. A cambiare non è solo il numero delle attività, ma anche la loro natura: se il commercio tradizionale arretra, crescono infatti alberghi, bar e ristoranti, con 116 unità in più nei centri storici e 273 nelle altre zone della città. Un fenomeno di sostituzione che riguarda soprattutto il cuore cittadino, dove le vecchie attività di vicinato lasciano spazio a locali dedicati alla ristorazione e all’accoglienza turistica. Parallelamente, nonostante la contrazione del numero di esercizi, gli addetti del settore crescono del 25,3%, segno di imprese meno numerose ma spesso più strutturate.
Tra le cause della crisi, secondo Confcommercio, ci sono anche la crescita della grande distribuzione e l’avanzata degli acquisti online, due fenomeni che si sono aggiunti agli effetti della pandemia e alla concorrenza sleale nel logorare il tessuto commerciale tradizionale. Dietro ai numeri ci sono le storie di chi tira giù la saracinesca per l’ultima volta, e nessuna strada racconta questo passaggio meglio di via Manzoni, nel quartiere Libertà. Cinquantasette saracinesche abbassate in un solo tratto, luci spente anche nelle ore di punta, vetrine vuote da mesi: chi cammina oggi lungo l’antica via dello shopping fatica a riconoscere quella che un tempo veniva chiamata la via Sparano “dei poveri”, non per accezione negativa ma per la varietà di negozi d’abbigliamento, artigiani, punti vendita specializzati e cartolerie che la animavano. I lavori di riqualificazione, avviati il 6 ottobre 2025 e finanziati con circa 6,8 milioni di euro di fondi Pnrr, hanno accompagnato una crisi che in realtà arriva da più lontano.
Proprio in quel tratto, però, la crisi del commercio appare più evidente, con le attività ancora aperte che si contano sulle dita di una mano. Non mancano le difficoltà quotidiane segnalate da chi lavora ancora lungo la strada. A qualche chilometro di distanza, il quadro cambia radicalmente. Via Sparano, che collega la stazione centrale a corso Vittorio Emanuele, resta agli occhi di chi la percorre il salotto dello shopping cittadino, con le vetrine luminose e il profilo di Palazzo Mincuzzi che si staglia sopra le insegne dei marchi internazionali. Lungo la via si contano oggi circa cinquanta punti vendita, tra cui i negozi ufficiali di marchi come Prada, Louis Vuitton e Max Mara, accanto a catene come Zara, Sephora e Calzedonia. Negli ultimi anni la strada ha vissuto trasformazioni radicali, con grandi marchi internazionali e catene della moda low cost che hanno progressivamente preso il posto di negozi storici della tradizione barese, rendendo il cuore della via sempre meno legato alle botteghe che l’avevano resa celebre in passato.
Tra le strade che aspettano di rinascere e quelle che continuano ad attrarre grandi marchi, il commercio barese si muove oggi su binari paralleli: da una parte la resistenza quotidiana di chi tiene ancora aperta la saracinesca in quartieri come il Libertà, dall’altra l’attrattività di un centro che continua a interessare le insegne internazionali, mentre sullo sfondo restano i due fenomeni che secondo Confcommercio pesano di più sul destino dei negozi di prossimità: la grande distribuzione organizzata e l’e-commerce, capaci di intercettare quote crescenti di spesa che un tempo si fermava nei negozi di quartiere. Un equilibrio fragile, quello tra vecchie botteghe che chiudono e nuove attività che aprono, che nei prossimi mesi continuerà a ridisegnare il volto delle strade più frequentate della città, in un processo che riguarda ormai gran parte delle grandi città italiane ma che a Bari si presenta con un’intensità superiore alla media nazionale.