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L’unico mio pensiero di quel tardo pomeriggio di primavera barese del 23 maggio 1992 (le stagioni erano ancora al loro posto) era cosa fare per apparire più carino, la sera infatti ci sarebbe stata la festa dei diciotto anni di Valeria.

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Mi piaceva un’amica della festeggiata, che di lì a qualche ora avrei rivisto nel salone delle feste del Kursaal Santalucia. Finito il cazzeggio con gli amici tra l’Esperia e Rossetti, volevo stare un po’ da solo per raccogliere le idee, erano idee di amore, del resto cosa vuoi che pensi un diciassettenne? Quella sera era la mia ultima occasione, (“e perderò così/ anche quest’ultima occasione che mi dai/ e sarà tardi quando cercherò di te”, questo pezzo può essere cantato solo dalla Vanoni) dovevo inventarmi qualcosa per farmi notare.

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Ma come eliminare quei brufoletti sulla fronte?

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Tutta colpa delle sere trascorse nel buio della mia stanzetta a studiare latino e greco, pensavo, questo liceo classico mi ha fatto venire la faccia da secchione. Ero ormai arrivato a casa, chiave nella toppa e con lo scatto l’ultima decisione: metterò un po’ di gel per sgonfiare i ricci, un maglione a V grigio e una camicia celeste, è andata! Pochi passi erano dalla porta d’ingresso alla cucina, ma lo strano silenzio che si era impossessato della casa me li fece sembrare un’eternità. Pensai subito a qualcosa di brutto, pensai ai nonni o alla nonna M, con ansia crescente.

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Entrai in cucina, vidi i miei seduti insieme sul divanetto (scena rara, perché il divanetto della cucina era di proprietà, uso e consumo di mia madre) con facce stravolte e il telegiornale (a volume basso) che mandava immagini di una strada divelta, un asfalto rialzato come se lo avessero scaraventato via tutti i diavoli dell’inferno, da sotto.

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“Hanno ammazzato Falcone”, fu mia madre a parlare.

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“Ammazzare” rende l’idea, è più da strada, “uccidere” non sarebbe stato appropriato, “uccidere” è più un termine da salotto.

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E a vedere quell’asfalto sottosopra -tra Capaci e Palermo- e le ferraglie accartocciate di quella che doveva essere stata un’auto, sì l’avevano proprio ammazzato, aveva ragione mia madre.

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Mio padre era immobile, bianco come un lenzuolo, come se gli avessero fatto fuori un parente.

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Mentre andai alla festa, da solo, mi portai appresso la stessa paura dei mei genitori, ricalcata sul mio volto di ragazzino brufoloso innamorato dell’amore.

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Pensai a quando, pochi giorni prima mio padre, a pranzo (ma li fate ancora i pranzi coi vostri figli? Dite la verità non esistono più, tutti che scappano di qua e di là) ci aveva parlato di questo Giudice coraggioso che quasi da solo cercava di sconfiggere la mafia.

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E io avevo pensato a un eroe, alto, aitante, insomma a uno come Ettore: poi però avevo visto la foto su Repubblica e mi era caduto un mito: Giovanni Falcone era un uomo baffuto con faccia simpatica e con tanto di pancia!

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Alla festa ovviamente Lei non mi guardò, perché se non sei tu il primo che non guardi non sarai guardato, mi dirà tanti anni dopo Antonio, un vecchio playboy della Bari da bere (non c’è stata solo la Milano…).

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E io non la guardai perché ero preso dalla paura, pensavo sempre allo sguardo atterrito dei miei e a quella campanella che ti suona in testa -tutto ad un tratto- quando cominci a passare il confine tra l’amore e il dolore, e cominci a vedere dall’altra parte com’è.

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Eppure di Magistrati ne erano morti tanti per mano mafiosa, ma la morte di Falcone, uomo coraggioso ed eroe, lui e quei poveri martiri (moglie e ragazzi della scorta) in quel tardo pomeriggio del 23 maggio 1992 segnò un confine nella mia vita, tra l’amore e il dolore, da “fino a mo’ abbiamo scherzato” ad “adesso si fa sul serio” .

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Di lì a poco avrei deciso di fare l’avvocato e non l’architetto, nella speranza di conoscere giudici coraggiosi come Falcone e Borsellino, perché sì, altri come loro ne sarebbero venuti, altri ne sarebbero nati, ne ero certo (lo dissi a mio padre una sera mentre, come spesso capitava, gli facevo compagnia a cena sul tardi, quasi in un capovolgimento di ruoli, per un attimo io rassicurante e lui incerto, io padre e lui figlio).

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Più tardi, negli anni successivi alla strage di Capaci, volendomi documentare, ho cercato e letto molti libri su Falcone ma nessuno mi ha colpito.

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Quello che mi ha colpito di più non parla di Falcone ma di un altro Magistrato ucciso per mano –diciamo così- violenta, l’ho letto l’anno scorso.

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Morte di un uomo felice” di Giorgio Fontana, così si chiama il libro, descrive perfettamente la solitudine di questo giovane Magistrato e padre di famiglia –dott.Colnaghi- che indaga sulle malefatte di una banda armata in una Milano appannata e afosa nell’estate del 1981.

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Egli è un uomo solo anzi solissimo, minacciato più volte e senza alcuna scorta, e per questo sa che può morire da un momento all’altro.

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E alla fine muore, mentre toglie la catena dalla sua bicicletta, solo come tutti, ma lui più solo, come gli uomini coraggiosi, come Falcone, come Ettore.

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E fino ad allora è stato solo nel suo Tribunale, a spaccarsi la schiena sugli atti per cercare di incastrare gli assassini di un altro padre (come lui), un politico democristiano, lontano da moglie, madre e figli che soffrono in un’altra città senza un pranzo con lui, senza una sua buonanotte, senza una partita a pallone coi ragazzi.

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La solitudine la senti nel rapporto del Magistrato con la moglie, nei loro silenzi e nelle cose non dette, nei pranzi ritagliati di fretta, nei treni che partono sempre troppo presto, nel sorriso di lui che potrebbe essere l’ultimo.

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Perché la morte non lo molla, come una fastidiosa scimmia sulla spalla.

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Perché il maledetto lavoro chiama gli uomini coraggiosi, perché lo stesso maledetto lavoro non fa sconti, perché anche nelle notti estive milanesi o palermitane, ci sono persone che studiano le carte nei Palazzi di Giustizia deserti ricordando sempre che “..noi non dobbiamo essere gli uomini dell’ira..” (Morte di uomo felice, Giorgio Fontana, Sellerio Editore, pag.88).

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Io me l’immagino, come se l’avessi conosciuto, Giovanni Falcone, uomo solo col suo coraggio, di notte in Procura piegato sulle carte a capire, a scrivere, a fare il suo per questo scalcinato Paese.

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E me l’immagino pure durante una spaghettata veloce in una trattoria di Caltanissetta a parlare di calcio e del tempo, per cercare di non parlare sempre delle stesse cose, delle stesse indagini, per scacciare la paura con tutte le nostre forze, quella scimmia sulla spalla che non se ne va.

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Ripenso agli studi classici (lo vedi che sono serviti??):”..Ma non fia per questo che da codardo io cada: periremo ma gloriosi, e alle future genti qualche bel fatto porterà il mio nome..”(Ettore, prima dell’ultimo duello, Iliade, canto XXII).

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Eh già, periremo ma gloriosi.


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