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La quinta puntata della sesta stagione de Il Trono di Spade conferma il crudele adagio coniato da George R.R. Martin, “All men must die”. Non solo il destino degli uomini è crudele e comune a tutti, ma le perdite fanno parte di un disegno preciso verso un fine ignoto, nell’universo di cui Martin è la divinità che genera e distrugge.

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I personaggi, anche quelli che abbiamo conosciuto come incerti, ingenui e allo sbando stanno consolidando la loro forza, andando a comporre uno scenario di guerra in cui nessuno arriverà impreparato. Sansa ha definito il suo ruolo di erede politica di Grande Inverno e si prepara a prendersi la sua rivincita verso chi, per follia – come Ramsay – o per opportunismo – Baelish – ha voluto il suo male. Un gran bel monologo, quello della Lady del Nord, che riesce a far emergere con sempre maggiore forza il suo personaggio. A dispetto delle polemiche, che accusano Il Trono di Spade di essere uno show sessista, Sansa incarna lo spirito guerriero di una donna umiliata che decide di reagire e di trasformare il proprio corpo da oggetto di offesa a strumento di azione. Accanto a lei, ormai, il personaggio di Jon Snow, schivo e pensieroso, assume sempre più le sembianze di scudiero.

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Daenerys, reduce del finale glorioso della quarta puntata, si ritaglia in questo nuovo episodio uno spazio privato, in cui – finalmente – si riconcilia con Sir Jorah che le confessa tutto il suo amore. Donna giusta e regina saggia, Dani si commuove di fronte alla tragedia privata del suo consigliere – affetto dal Morbo grigio – e apre le porte a una nuova sottotrama da cui dipende il destino di Jorah Mormont.

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Essenzialmente, questa prima parte di puntata si riassume nel breve dialogo tra Tyrion e Varys: “Abbiamo bisogno di un eroe” “Chi ha detto che debba essere un lui?”. Ebbene, Sansa, Arya, Yara, Daenerys e, infine, Meera Reed emergono come le protagoniste della scena, personaggi chiave e modelli di coraggio e di forza.

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Arriviamo alla sequenza finale, quella che rende il quinto episodio particolarmente avvincente. Le strategie politiche, le possibili alleanze, i giochi di potere e tutto quanto di razionale e prevedibile c’è nelle relazioni sociali umane, potrebbero cadere da un momento all’altro davanti alla forza distruttrice delle Ombre Bianche. Il Re della Notte, a lungo rimasto in un pericoloso silenzio, sta conducendo con uno slancio improvviso le sue truppe di non morti oltre la Barriera, dopo aver individuato e distrutto il primo baluardo di civiltà sul suo cammino, l’Albero del Corvo a Tre Occhi.

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Le Ombre Bianche si oppongono visivamente e concettualmente a tutti i personaggi a noi noti, che si distinguono per eloquio e razionalità – chi più chi meno. I non morti sono pura forza della natura, agiscono senza rancore e senza incertezze, senza alcuno scopo se non quello di uccidere tutto ciò che gli si pone davanti e rinforzare, di conseguenza, le loro schiere con i cadaveri ambulanti delle vittime. La loro presenza compromette tutto ciò che di certo abbiamo costruito nel corso delle sei stagioni, il loro incedere è destinato a sconvolgere gli equilibri a cui i personaggi sono abituati e capovolge le loro priorità ponendo in prima linea, prima ancora della conquista del Trono di spade, la sopravvivenza del genere umano.

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Unico elemento super partes, l’autore, che dà nelle ultime battute della puntata una grande lezione narrativa, recuperando un dettaglio apparentemente buffo e poco rilevante – il tic verbale di Hodor che non pronuncia altra parola se non il suo nome – e gli dà una giustificazione drammatica e immensa, oltre che un contenuto drammatico di grande impatto.

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Il gigante buono di Grande Inverno, fedele servitore degli Stark, Hodor, ci saluta in questa quinta puntata, intitolata – appunto – The Door. Che la terra ti sia lieve e che il tuo sacrificio possa giustificare tutti gli anni vissuti con la morte negli occhi.


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