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A Beat of a Sad Heart è il terzo e più recente disco di Jester At Work, nome d’arte del pescarese Antonio Vitale. Siamo di fronte a un EP folk e blues, i cui brani potranno far accendere una lampadina tanto agli amanti dei classici del genere, quanto a coloro che preferiscono esponenti più recenti.

Che piaccia o meno, A Beat of a Sad Heart è uno di quei lavori per i quali ti rendi subito conto che l’autore ci ha riversato dentro tutto se stesso. L’artwork riassume già nella copertina l’intero lavoro: il coniglio, apparentemente simpatico, è un simbolo dell’inganno ed è associato al brano People Lie; l’occhio volante è la voglia di scrutare il futuro in Behind the Wall. E così via.

A Beat of a Sad Heart nasce in un contesto di rottura, con la chitarra che torna sempre comoda per questo genere di situazioni. Per dirla con le parole di Antonio Vitale, questo disco “è una piccola parte della mia vita, che sommessamente rivendica la sua dimensione ridotta, ogni cosa ha la sua giusta dimensione. Immaginatevi quanto sarebbe difficile vivere con un cuore che pesa 50 chili e con delle mani lunghe un metro.”

Mi ha colpito l’estremo contrasto tra l’aspetto fumettistico della copertina dell’album, che a uno sguardo superficiale mostra un mondo sereno, fiabesco e innocuo, e che invece grazie alla chiave di lettura (che è poi quella dei brani) ci mette di fronte a situazioni inaspettate e complesse. Voleva comunicare qualcosa di preciso con questo contrasto?

Il contrasto tra l’artwork ed il contenuto musicale è stato volutamente progettato e realizzato. L’obiettivo era allontanarsi da un costume più dark e lugubre per rifugiarsi in un’atmosfera principalmente malinconica, con tratti spiccatamente autoironici. Volevo allontanarmi dai lavori passati, dove il lavoro grafico tendeva immediatamente a descrivere il contenuto delle canzoni (vedi Magellano, il mio secondo album). Per la copertina ci siamo ispirati all’album di George Harrison, All things must pass, dove l’ex Beatles siede su uno sgabello, su di un prato, e ai suoi fianchi sono posizionati degli gnomi, sullo sfondo il bosco. Amo Harrison!

Per A Beat of a Sad Heart ha utilizzato un registratore a 4 tracce in cassetta. Come nasce questa preferenza per l’analogico?

L’utilizzo del registratore a cassetta risale a molti anni fa, più di 10 anni fa. Mi è stato regalato, poi l’ho acquisito per usucapione [Sorride]. L’ho trovato sin dall’inizio magico: i fruscii e l’immediatezza della registrazione mi hanno catturato. Ho iniziato ad adoperarlo più come notebook, ma pian piano ho trovato il modo per arrangiare in via definitiva tutti, o quasi tutti i brani che avevo. Ho un brutto rapporto con tutto ciò che è digitale, paradossalmente mi fa perdere tanto tempo e appiattisce ogni cosa che cerco di fare con esso. Gli strumenti  e i supporti datati li preferisco. Amo la chitarra acustica e la scelta del nastro probabilmente è collegata a questo mio amore. Ritengo che il nastro dia un suono meraviglioso a tutti gli strumenti acustici, c’è la giusta compressione  ma soprattutto un naturale collegamento.

Prima di cominciare con Jester At Work, era il frontman di Warm Morning 616. C’è qualcosa che unisce folk e hard rock?

Premetto che prima di arrivare all’hard rock ho ascoltato molto folk e molto blues, ma questo è scontato. Per me non c’è stato nessun passaggio vero e proprio, non me ne sono reso conto. In un attimo sono passato da Mississipi John Hurt a Woody Guthrie, poi ai Black Crowes, poi ai Guns N’ Roses, poi ai Pantera e agli Anthrax. Quando ero piccolo pensavo fosse il naturale evolversi della musica, poi invece ho compreso che la musica non si evolve, semplicemente cambia faccia, cambia colore, si trasforma. Ciò che rimane e che secondo me unisce sono le storie che si raccontano, le difficoltà e l’amore, la tragedia e il dolore, l’abbandono e la rinascita.

Nell’ascoltare gli album prodotti come Jester At Work, ho colto i più svariati rimandi – anche sfuggenti – a classici del genere folk e blues (e non solo).

Robert Johnson e Skip James sono i miei pilastri del blues. Il blues del Delta in generale è  quanto si possa trovare più vicino a Dio. Le work songs e il cotton belt sono inni per le mie orecchie, ma quando ho iniziato a scrivere ho cercato in tutti modi di allontanarmi, anche se non molto, da tutto ciò. Sapevo e so di non essere un bluesman accademico, e sono lontanissimo dal diventarlo, quindi ho cercato una commistione con il cantautorato moderno, se così possiamo definirlo. Una sorta di crossover tra Bob Dylan e Jason Molina, tra Cash e Elliott Smith, tra Nick Drake e Bill Callahan. Pochi giorni fa sono stato a Ferrara, per Ferrara sotto le stelle e ho visto il concerto dei Wilco e di Kurt Vile: ecco, questo è un altro crossover molto interessante.

Quale sarebbe la giusta dimensione per il proprio cuore?

Come un pugno che stringe la mano di un bambino.


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