Arriva il docufilm “Amanda Knox”, una verità sul giallo di Perugia

Su Netflix dal 30 settembre, un documentario che ripercorre le tappe principali del caso Kercher

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Quello di Amanda Knox e Raffaele Sollecito è stato descritto come il processo del secolo. Per l’internazionalità dei soggetti coinvolti, la popolarità del processo è spaziata dalla nostrana Perugia alle coste inglesi, fino alle fredde lande di Seattle, USA. Ora arriva il docufilm “Amanda Knox” per presentare una versione piena di testimonianze sulla controversa vicenda giudiziaria vissuta tra Perugia, Gran Bretagna e Usa.\r\n\r\nAmanda Knox è una bella ragazza bionda e americana, arrivata in centro Italia per uno scambio universitario. Quando la sua coinquilina, la britannica Meredith Kercher, viene trovata morta accoltellata nel loro appartemento, i sospetti ricadono su Amanda e il suo fidanzato di una settimana, il pugliese Raffaele Sollecito. I due proclamano la loro innocenza davanti ad inquirenti e giornalisti, mentre numerosi particolari contraddittori saltano fuori da una vicenda giudiziaria appannata e mal gestita. Il delitto viene frettolosamente dipinto dalla stampa nostrana ed estera come un rito orgiastico a base di droga andato male in cui sarebbe coinvolto anche un terzo uomo, Rudy Guede. La verità degli avvenimenti, come quella giudiziaria però non è così facile da discernere.\r\n\r\nIl documentario prodotto da Netflix cerca di fare chiarezza sul pasticcio mediatico che è il caso Ketcher adottando una prospettiva che coinvolge imputati e addetti ai lavori. Amanda Knox è infatti, il primo documentario in cui sono i protagonisti a parlare in prima persona, il primo documentario che vede la telecamera indugiare invasivamente sulle facce di tutti i protagonisti.\r\n\r\n\r\n\r\nNonostante l’ampio respiro della cronaca, però, la star indiscussa dello show è una sola, Amanda. Il taglio del documentario è infatti chiaro fin dal nome, Amanda Knox è il lascito di Amanda, quello non ha potuto dire durante gli anni dei processi e delle sentenze.\r\n\r\nLa narrazione si apre, così, senza indugi, nel modo più crudo. Con un’inquadratura stretta del viso dell’americana, alternata alle riprese della polizia scientifica sulla scena del delitto. La ragazza ha un viso molto più affilato adesso, ha i capelli scuri e un’espressione grave. Mentre si racconta alla telecamera la sua immagine  oscilla, con un suo certo inspiegabile compiacimento, tra quelle opposte della psicopatica incallita e della ragazzina forestiera e innocente, immischiatasi in qualcosa ben più grande di lei.\r\n\r\nIl documentario è metaforicamente spaccato a metà, nella prima Amanda è colpevole, la responsabilità del delitto ricade tutta sulle sue spalle. Le prove, poi, sembrano schiaccianti; la sua versione dei fatti, anche a distanza di anni, anche se ripetuta milioni di volte ad alta voce e nella sua testa, sembra non convincente, appannata. L’andamento dei processi segue la stessa logica, nella prima parte, in primo grado e appello Amanda e Raffaele, i due amanti letali, sono condannati per concorso in omicidio.\r\n\r\nNella seconda metà, il documentario cambia invece completamente registro, insinuando nello spettatore un terribile ma ragionevole dubbio. Coerentemente con il dettato della sentenza della Corte di Cassazione, infatti, il film punta il dito contro un “iter (giudiziario) obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose defaillance o ‘amnesie’ investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine“.\r\n\r\nIl film, come la sentenza, infine evidenzia la completa mancanza di prove biologiche che colleghino Amanda e Raffaele al delitto, sottolinea quindi l’insensatezza del calvario che hanno affrontato i due. Più di tutto, l’opera lascia nello spettatore che aveva creduto di trovare innocenza o colpevolezza nello sguardo e nelle espressioni di Amanda un senso di incredulità e impotenza. Perchè quando una tragedia umana di queste proporzioni si consuma in piena vista, a tutti noi non rimane che il disagio per l’accanito voyerismo, con cui fino ad un secondo fa ci gustavamo la lista di indizi inquietanti snocciolati contro i presunti colpevoli. Infine, ciò che rimane dopo il rimorso, è la certezza di aver assistito ad una potente testimonianza, più che ad un bel film, sulla infinita morbosità umana.

[table sort=”desc”]\r\nTitolo,Amanda Knox\r\nRegia,Rod Blackhurst e Brian McGinn\r\nSceneggiatura,Woody Allen\r\nProduzione,Netflix\r\nDurata,90 minuti\r\nData di Uscita,30 settembre 2016\r\n[/table]

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