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Non ricordo quanto tempo fa sono partito, ma ricordo l’emozione dovuta alla perfetta incoscienza di quello che stavo per fare. Doveva essere un viaggio in moto, invece è stato un viaggio dentro me stesso.\r\nLe ruote sono spiattellate, la moto è stanca…io stremato. Da lontano intravedo le indicazioni per il casello autostradale, quasi non mi sembra vero. Scalo le marce una alla volta, la mano sinistra che a stento trattiene la leva della frizione, sembra quasi che voglia scappare, che non voglia essere toccata in quel preciso momento da me. La stanchezza ormai è diventata la mia unica compagna di viaggio e rende quei gesti che di solito faccio con disinvoltura, qualcosa di straordinariamente complicato da portare a termine. Ora che ci penso, sono in silenzio da quando sono partito…che cosa strana…la mia mente ha parlato, cantato, urlato, discusso con me e con se stessa, ma la voce no, quella non è uscita per nulla. Il suono dei cavalli tirati al massimo-con quello scarico che se solo sapessero le guardie che rumore fa-è stato la colonna sonora di questo mio percorso…una colonna sonora costante, monotona…talmente tanto da non essere neanche più avvertita da me. Un pesce in realtà, non sa cos’è il mare.\r\nFinalmente qualche curva, un paio di rotonde “serie” che addento come un affamato a cui gli si offre del cibo…per un attimo la stanchezza passa, torno a essere io il protagonista di quello strano rapporto che si è creato tra me e la mia moto.\r\nLa mia moto…se solo sapeste che storia c’è dietro la mia moto: una CBR 929 classe 2001, la più bella mai costruita secondo me, una “Milfona” con tanta voglia di fare ancora l’amore con la strada. Non è stata la prima. Come di donne, anche di moto ne ho avute tante e da ognuna ho imparato qualcosa nella vita. C’era quella con cui ho mosso i primi passi e con la quale ho sconfitto le mie paure, quella con la quale ho capito quali erano i miei limiti, poi c’era quella sbagliata, quella che non avrei mai dovuto incontrare nella mia vita, quella che mi ha fatto male, quella che mi ha lasciato cicatrici profonde come solchi nel terreno che porterò con me per sempre. Quella che volevano tutti e ho voluto pure io, ma che così come hanno abbandonato tutti…ho abbandonato pure io. Infine lei, quella che ho preso dopo la separazione, quella per cui ho fatto sacrifici per poterla comprare, quella sulla quale c’era salito mio figlio prima che un giudice decidesse che non poteva stare con me se non tre giorni al mese, quella che: “Ma sì, ho bisogno di emozioni forti…voglio una moto capace di fermarmi il cuore e di spararmi l’adrenalina nelle vene…una che mi faccia dimenticare tutto e che tenti di cancellare i miei errori. So che non è possibile, ne sono conscio, ma almeno una che riscriva la mia storia”.\r\nGli aghi di pino sulla strada mi fanno rallentare sulle curve, è ancora troppo vivido il ricordo di quella caduta l’autunno scorso per fingere che non possa succedere nulla passandoci su con le ruote.\r\nFermo un passante e chiedo indicazioni mentre il sole inizia a scomparire dietro le case rustiche dell’Emilia.\r\nSi respira un’aria diversa qui, tutto sembra molto più calmo, e quella che per me è da sempre stata la terra dei motori, stranamente inizia a diventare qualcosa di nuovo ma familiare. Mi fa sorridere questa sensazione. Ricordo che la prima volta che guidai una moto avevo ripetuto tante volte nella mia mente il procedimento per guidarla:\r\n“Inserisci la chiave, accendi la moto, tiri la leva della frizione, piede sinistro sul cambio e giù con la prima, poi lentamente lasci la frizione mentre con la mano destra dai dolcemente gas”. Non avevo mai guidato una moto, ma quella sequenza era impressa così forte nella mia mente, che la prima volta su una moto fu magica, nessuno che mi avesse visto guidarla quel giorno avrebbe scommesso un soldo che quella era la mia prima volta. Era tutto così nuovo ma familiare.


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