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Il suo capo, il boss defunto Giacomo Caracciolese, gli chiese di confessare l’assassinio di Orazio Porro, ma Antonio Moretti tentennò e si rivolse ad un altro capo cosca, Antonio Di Cosola, come doveva comportarsi. È un particolare che emerge dalle carte investigative che oggi hanno portato all’arresto di Moretti da parte della polizia per l’omicidio dell’ex pentito Porro, ucciso nel 2009 tra le bancarelle del mercato del rione San Pasquale. Ad aiutare la squadra mobile a individuare il killer è stato proprio Antonio Di Cosola, l’ex boss che da qualche mese ha deciso di diventare collaboratore di giustizia.\r\n\r\nDi Cosola fu consultato come “un oracolo” dall’autore dell’omicidio che era stato invitato a confessare dal suo capoclan Giacomo Caracciolese, che per il delitto di Porro era stato arrestato e pretendeva di essere scagionato dal suo braccio destro. Caracciolese, durante la detenzione, fece recapitare una lettera dal carcere a Moretti. Il presunto assassino andò a chiedere consiglio ad Antonio Di Cosola, come riferito dallo stesso boss pentito: rimase in piedi davanti al capoclan “in un momento – scrive il gip nell’ordinanza di arresto – intriso di un sacro misticismo e di una profonda riverenza verso Di Cosola”. Il boss “come un oracolo – riporta il giudice  nell’ordinanza di custodia cautelare – parlava ma non forniva risposta. Moretti rimaneva zitto e alla fine andò via col capo chino”. All’epoca Moretti non confessò e Caracciolese venne assolto.


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