Tra le due guerre il cartellonismo conosce in Europa la sua stagione più creativa e prolifica. Mentre in Italia ci si affeziona al raffinatissimo tratto di Marcello Dudovich, alle ombre di Federico Seneca, alle avanguardistiche quanto autoreclamistiche immagini di Fortunato Depero, l’Art Nuveau e il Cubismo in Francia disegnano i veri contorni dei manifesti della nascente moderna comunicazione pubblicitaria. Parigi si conferma la grande culla dell’arte pubblicitaria e non è un caso se qui vi lavorano anche molti italiani tra cui le firme già celebri di Leonetto Cappiello e di Severo Pozzati. Il manifesto francese in quegli anni parla la lingua di Charles Loupot, di Jean Carlu, di Cassandre, di Georges Favre. Si gioca con i testi degli slogan, si umanizzano i prodotti, si trasformano i marchi in vere e proprie sculture parlanti all’interno di cornici pittoriche. I manifesti sono poesie pubblicitarie in grado di raccontare molto più del prodotto stesso. Non c’è solo il disegno, la pittura, ma c’è la capacità di coinvolgere nel concetto di “illustrazione” le arti dell’architettura, dell’urbanistica, del cemento armato e dell’acciaio persino se si devono plasmare le grandi installazioni pubblicitarie. Ecco allora il mobile delle Galeries Barbès che fuma seduto un sigaro oppure, poggiato all’ingresso del negozio, che aspetta i clienti. Visioni avanguardistiche. Per noi soprattutto, che fatichiamo oggi a insegnare che cos’è una illustrazione. Ah, la France!

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