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L’attuale disciplina delle Federazioni sportive nazionali (F.S.N.) è contenuta nel Titolo IV dello Statuto del CONI, oggi vigente. La stessa è frutto delle novità introdotte dal D. Lgs. 242/1999, che ha previsto l’abrogazione dell’art. 14, della Legge n. 91/1981 (Legge sul professionismo sportivo) e la modifica dell’art. 15, il quale sancisce che le Federazioni «svolgono l’attività sportiva in armonia con le delibere e gli indirizzi del CIO e del CONI», e attribuisce alle stesse carattere privatistico, qualificandole come «associazioni con personalità giuridica di diritto privato» e conseguentemente sottoponendole, per quanto non espressamente previsto dal decreto citato, alla disciplina del codice civile.

I suddetti enti, dotati di personalità giuridica ai sensi dell’art. 12 c.c., sono costituiti dalle società, dalle associazioni sportive e, nei soli casi previsti dagli statuti in relazione alla particolare attività, anche da singoli tesserati.

Le Federazioni sono assoggettate al controllo del C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), sia durante la fase di costituzione (attraverso l’istituto del “riconoscimento” ai fini sportivi, che è condizione per l’ottenimento della personalità giuridica di diritto privato), sia nel corso della loro attività: è infatti rimesso alla Giunta nazionale del CONI (ente pubblico) sia il potere di controllo sulle Federazioni sportive nazionali, secondo le modalità e i criteri stabiliti dal Consiglio nazionale, sia l’approvazione dei bilanci federali, sia la determinazione dei contributi federali in favore delle stesse. Pertanto, pur non sottovalutando la portata delle innovazioni introdotte, occorre sottolineare la permanenza di un legame che continua a unire le Federazioni al CONI  e al settore pubblico dello sport.

Il riconoscimento delle Federazioni Sportive Nazionali è sottoposto alla verifica dei requisiti, di cui all’art. 21 dello Statuto del CONI. La citata norma prevede che  «le Federazioni devono svolgere, a livello nazionale ed internazionale, un’attività sportiva che comprenda la partecipazione a competizioni e la realizzazione di programmi di formazione per atleti e tecnici; in secondo luogo ogni Federazione deve essere a sua volta affiliata ad una Federazione internazionale riconosciuta dal CIO, e la sua attività deve essere conforme sia alle disposizioni della Carta Olimpica, sia alle regole fissate dalla Federazione internazionale di appartenenza; le Federazioni devono essere disciplinate da un ordinamento statutario e regolamentare ispirato al principio di democrazia interna, e diretto ad assicurare la eguale e paritaria partecipazione di uomini e donne all’attività sportiva; le stesse devono prevedere procedure elettorali e composizione degli organi direttivi in conformità al disposto dell’art. 16, comma 2, del D.Lgs. 242/1999, e successive modifiche e integrazioni». Inoltre, lo stesso articolo stabilisce che il CONI non può consentire la costituzione di più di una Federazione per ciascuno sport e, nell’ultima parte, dispone la revoca del riconoscimento rilasciato nel caso in cui si verifichi la perdita di uno dei requisiti suindicati. Le Federazioni possono contare sul contributo finanziario del CONI previsto per legge, e stabilito nel suo ammontare dalla Giunta nazionale, e sui finanziamenti reperiti attraverso le sponsorizzazioni, l’organizzazione di eventi ed ecc..  Il sistema di finanziamento descritto evidenzia il problema della scarsa potenzialità commerciale delle Federazioni più modeste quanto a rilevanza e dimensione, dotate di una minore capacità di reperimento dei fondi, il che conduce inevitabilmente ad accentuare il divario tra attività sportiva di “serie A” e di “serie B”. Senza alcun dubbio, si tratta di una tendenza difficilmente arginabile, stante la dimensione degli interessi economici in campo. Quanto alle funzioni, il legislatore ha previsto che  ciascuna Federazione provveda, per ogni singolo sport, a dettarne le regole e a gestire il potere disciplinare in caso di loro violazione, concorrendo con il CONI all’organizzazione e al potenziamento dello sport nazionale. Inoltre, su delega del CONI, le FNS provvedono al riconoscimento delle società che intendono organizzare attività di sport, conferendo alle stesse la qualità di società sportive all’interno dell’ordinamento sportivo. (cd. affiliazione) A seconda dell’importanza e del numero di affiliati, le Federazioni si articolano, a livello regionale e provinciale, in Comitati, i quali possono anche avere autonomia gestionale e contabile, e che hanno il ruolo di promuovere ed attuare a livello periferico il perseguimento dei fini istituzionali della Federazione.  Compresa la natura giuridica degli enti di cui all’art. 15 dello Statuto del CONI, è opportuno verificare se e quando le Federazioni possano essere considerate professioniste. Per fare questo, è utile leggere l’art. 2 della Legge n. 91/81, che identifica gli sportivi professionisti, ovvero «gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica».

La suddetta qualificazione conseguita dal CONI, su richiesta delle singole Federazione, è la conditio sine qua non attraverso la quale gli enti possono ritenersi professionisti, e gli atleti possono godere dei diritti previsti dalla legge n.91 del 1981.

Allo stato attuale, in Italia, le Federazioni che mantengono questo privilegio sono quattro: Calcio, Pallacanestro, golf e ciclismo. Prima, le federazioni che riconoscevano i professionisti erano sei. Nel 2011 e nel 2013, infatti, il motociclismo e la boxe hanno rispettivamente chiuso i loro settori.

La scarsa presenza di professionismo sportivo italiano è dovuto al fatto che le società italiane hanno obblighi fiscali spesso insostenibili e, in molte occasioni, si ritrovano costrette a chiudere i battenti. Il quadro legislativo in cui si muovono rende impossibile una concorrenza normale con le società estere che, come nel caso del calcio, godono di privilegi e agevolazioni che da noi non esistono.

Osservando l’elenco risicato delle Federazioni italiane professioniste, è facile concentrare l’attenzione sul golf, sport con clienti e tifosi molto ricchi ma all’apparenza dei più poco diffuso nella nostra nazione.

In Italia, il golf è arrivato nel 1903 con la fondazione del Circolo Golf di Roma, seguita nel 1907 dal Circolo di Menaggio e Cadenabbia. Al 31 Dicembre 2016, i tesserati F.I.G. (Federazione Italiana Golf) sono circa 90.027, dei quali 8.687 sono juniores. I Circoli sono 417, dei quali 128 sono campi pratica. Guardando i numeri e considerando il costo medio giornaliero di un viaggio di golf (110 euro se il viaggio è fatto in patria, di 170 euro se si tratta di un viaggio di golf a corto raggio e di 230 euro per i viaggi a lungo raggio), è facile ritenere il golf un’importante attrazione economica e non solo sportiva.

Per questo motivo, non si deve considerare del tutto folle l’impresa di coloro che stanno tentando di portare nel nostro paese la Ryder Cup. L’evento, che prende il nome dall’ uomo di affari inglese Samuel Ryder donante del trofeo, è la più importante manifestazione internazionale di golf, oltre ad essere la quarta in termini di business complessivo dietro solo a Olimpiadi, Mondiali di calcio e alla finalissima del football americano, il Superbowl.

Ovviamente, per organizzare il torneo servono dei soldi. Il dato importante è che il golf può permettersi di non pretendere soldi pubblici. Quello che i giornali stanno definendo “finanziamento dello Stato” è solo una fideiussione pubblica, ovvero una pura garanzia formale, che risponde alle condizioni poste dagli inglesi per consentire lo svolgimento dell’evento nel nostro paese. L’appeal del golf ha, infatti, garantito alla Federazione entrate economiche sufficienti, grazie agli sponsor e alla società di marketing Infront.

Volere la Ryder Cup equivale a pretendere che Federgolf possa continuare ad essere una delle nostre bandiere del professionismo italiano.

Chi non vede, o non vuole vedere il potenziale sportivo e l’interesse economico della stessa, non fa altro che contribuire al rischio estinzione dell’intero sport professionistico italiano e dei diritti (lavorativi) che ne derivano.


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